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Egitto, resta in carcere Patrick Zaki. Prolungata di altri 15 giorni la detenzione per lo studente e attivista egiziano

 

Patrick George Zaki resta in carcere. Era una decisione scontata. La giustizia egiziana non si smentisce. È ormai prassi in Egitto tenere in carcere il più possibile gli imputati prima del processo.
Fu così per Shawkan, il fotoreporter arrestato per aver raccontato la repressione del 2013, è stato così per Amal Fathy, moglie di Mohamed Lofty, direttore della Commissione egiziana per i diritti umani e le libertà e consulente della famiglia regeni, e Alaa Abdel Fatah, blogger molto seguito che ha raccontato le rivolte del 2011 e quelle recenti, lo scorso ottobre, contro il presidente al Sisi. Fattah è ancora in carcere. Un abuso che può durare fino a 2 anni quello del prolungamento della detenzione e del rinvio del dibattimento processuale.
Nell’udienza al Palazzo di Giustizia di Mansoura, in Egitto sul delta del Nilo, il giudice del caso Zaki ha disposto altri 15 giorni della custodia cautelare per lo studente egiziano arrestato il 7 febbraio con accuse di propaganda sovversiva e diffusione di notizie false.
La prossima udienza è fissata per il 7 marzo.
Zaki, che è anche un attivista e ricercatore sui diritti di ‘genere’, studia all’Università di Bologna.
L’attenzione su di lui sarebbe scaturita da alcuni suoi tweet e post su Facebook sulle proteste iniziate a settembre in Egitto contro il presidente al Sisi accusato, da un imprenditore ed ex contractor del ministero della Difesa, di corruzione.
L’insoddisfazione tra la gente e il video dell’appello a manifestare di Mohamed Ali, in auto esilio in Spagna, diventato virale in pochi giorni ha portato in strada migliaia di egiziani che chiedevano le dimissioni dell’ex generale.
La reazione del governo è stata durissima. Ogni forma di dissenso è stata stroncata con la forza o scoraggiata con posti di blocco e controlli in tutta la Capitale e nelle altre città dove si sono accesi focolai di rivolta.
Anche i giornalisti che sono riusciti ad entrare in Egitto, in un clima di crescente nervosismo, hanno visto limitare le proprie libertà.
Non è stato facile documentare quanto stesse accadendo nel Paese, dove la propaganda dei media filo governativa copre i tumulti che si agitano nel Paese.
Raccogliere testimonianze come quella della madre di Abdulaziz, 11 anni, che ha raccontato dell’arresto di suo figlio mentre era in un negozio per comprare materiale scolastico.
Tanti hanno subito la stessa sorte di Abdulaziz mentre tornavano a casa da scuola a Suez, città portuale egiziana sul Mar Rosso dove sono iniziate le rivolte contro al- Sisi. Almeno 120 minorenni, tra i 10 e i 16 anni, sono stati fermati.
A denunciarlo è stata Amnesty International che ha anche segnalato sparizioni forzate dai 2 ai 10 giorni. La maggioranza delle persone arrestate è stata accusata di “uso improprio dei social media” e “appartenenza a un gruppo terroristico”.
Durante le insurrezioni del 2011, centinaia di blogger ma anche semplici manifestanti attraverso Twitter, Facebook e Youtube avevano documentato le loro esperienze personali e i sit-in di piazza Tahrir.
Per scongiurare che anche oggi si mostrassero al mondo gli abusi delle forze di sicurezza, arresti, aggressioni fisiche e sevizie sui dimostranti, è stata lanciata una campagna repressiva che ha portato dal 20 settembre a fine anno all’arresto di 5000 persone in 24 Governatorati. Solo in 157 sono stati rilasciati senza accuse.
La più vasta ondata di arresti dall’ascesa al potere di al Sisi sei anni fa ha represso il movimento di protesta con una violenza inaudita, nell’indifferenza della comunità internazionale.
Le rivolte contro il regime sono maturate in un contesto in cui un terzo dei 100 milioni di abitanti vive in condizioni di povertà estrema.
La pressione sociale è alle stelle e le risposte interne, prima che nei confronti del Fondo monetario internazionale che ha prestato all’Egitto oltre 12 milioni di dollari, a fronte di un impegno per una serie di riforme, devono arrivare in tempi rapidi.
Al Sisi assicura nei suoi interventi pubblici e attraverso cartelloni pubblicitari disseminati ovunque nella capitale, di voler migliorare le condizioni di vita degli egiziani con una crescita sostenibile e progressiva.
Gli investitori gli credono, certi che l’Egitto possa uscire dalle secche in cui si è impantanato poggiandosi su tre pilastri: la partecipazione del settore privato, stimolando il ceto imprenditoriale e promuovendo l’industrializzazione; il consolidamento fiscale e la riforma monetaria.
In questo contesto gli egiziani sono pronti a mutare anche la politica energetica del paese, investendo sul solare e l’eolico. Intanto devono fare i conti con l’introduzione dell’Iva e l’inflazione galoppante, l’aumento dei costi energetici, del carburante e dei prezzi dei beni di consumo. Così l’insofferenza cresce e lo stato di emergenza viene prorogato di semestre in semestre.
Il malessere a Il Cairo oggi, come nel resto del Paese, è stato momentaneamente silenziato. Ma se dovesse aumentare ancora il prezzo del pane, come quello già più volte ritoccato di carburante, elettricità, gas e acqua, le rivolte riprenderebbero vigore.
L’Egitto, paese cardine del Medio Oriente, potrebbe incendiarsi di nuovo ed esplodere come una polveriera.

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