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La fine del Tempo: recensione del nuovo romanzo di Guido Maria Brera

 

Guido Maria Brera, uno dei soci fondatori del gruppo Kairos e ormai affermato scrittore, dopo il bestseller del 2014 “I Diavoli. La Finanza Raccontata dalla sua Scatola Nera” – da cui è nato l’omonimo sito idiavoli.com, un progetto di giornalismo narrativo per raccontare la finanza e la geopolitica – nel 2017 con “Tutto è in Frantumi e Danza” (La Nave di Teseo), quasi in un dialogo a due voci, con il premio Strega Edoardo Nesi, si era occupato dell’inizio della ‘catastrofe’, ovvero di quella globalizzazione che ha letteralmente distrutto la manifattura italiana, mettendo sul lastrico milioni di famiglie e precarizzando il lavoro e l’avvenire delle giovani generazioni.

Il nuovo romanzo di Brera, in uscita il 20 febbraio con La Nave di Teseo nella collana Oceani (176 p., 17 Euro) è un giallo che ricostruisce i meccanismi finanziari che hanno guidato l’ultimo decennio, dopo il tracollo Lehmann.

“Il mondo stava cambiando, il mondo stava finendo alle soglie dell’anno di nessun Signore 2009. Così i banchieri centrali corsero ai ripari. C’era un apocalisse da sventare, o almeno da posticipare. La formula magica era il Quantitative Easing: stampare denaro e pomparlo nelle arterie svuotate di un sistema ormai esangue tramite il più grande acquisto di debito pubblico di tutti i tempi”.

In una narrazione articolata e talvolta complessa, Brera ci conduce nei meccanismi dell’alta finanza, tra le decisioni degli uomini del ‘trecidesimo piano’ attraverso l’incessante ricerca del protagonista, Philip Wade – uno stimato professore di Storia contemporanea ed economia al prestigioso Birkbeck College di Londra. Dopo esser stato vittima di un incidente a Parigi che ha compromesso duramente la sua memoria, Wade si affanna in esercizi continui per non dimenticare, incapace tuttavia di ricostruire il più recente passato, fino a quando trova un appunto che recita “11 novembre: consegnare About the End of Time”.

Prima di arrivare al Birkbeck, nelle sue molte vite, Wade aveva lavorato 5 anni per una grande banca d’affari della City in qualità di analista, chiamato a prevedere le tendenze economiche, politiche e sociali su cui indirizzare gli investimenti. Era lì che aveva conosciuto l’Americano, Dominic Morgan.

Si consuma così un viaggio tra i meandri della propria mente e alla ricerca di dettagli che possano aiutarlo nella sua ricerca, prima in quella Londra che corre a due velocità – quella dei ricchi della City e quella di coloro, che dall’altra parte muoiono, proprio come è successo a Eleonor McGregor, la migliore studentessa di Wade, rimasta tra le fiamme dell’incendio della Grenfell Tower.

Quindi torna in Italia, a Roma, dove aveva studiato, per incontrare Massimo De Ruggiero, il luogotenente dell’Americano che, arrivato troppo in alto, aveva fatto la fine di Icaro.

Scoperta dopo scoperta, mentre l’Europa si infiamma sotto il montare della marea populista, Philip Wade ricompone il mosaico del suo libro, che potrebbe mettere in discussione il dominio delle grandi corporation che governano l’economia mondiale. E che hanno fondato la loro ascesa inarrestabile sul tasso zero e sull’eliminazione della principale variabile del gioco finanziario – il tempo – condannando così il pianeta a vivere un eterno presente.

Un libro che merita di essere letto tutto d’un fiato!

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