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“Doppia pena. Il carcere delle donne” di Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli (Mimesis, 2019)

 

Le donne fino a tempi non lontani erano internate per essere ricondotte al modello femminile dominante e curate per i loro comportamenti non conformi. Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale vi sia anche la trasgressioni dei codici di genere, di una certa idea di cosa sia e debba essere “femminile”. Emblematico il tema, troppo ricorrente nella narrazione diffusa, della “cattiva madre”.

Parole, espressioni che possono essere e diventare macigni, pilastri dell’orribile muro fondato su pregiudizi e stereotipi, oppure picconi necessari per abbatterli quei muri.
La differenza, ancora una volta, la fa la conoscenza. Nella fattispecie di un mondo che è davvero un universo a se stante, parallelo al mondo di fuori, che con questo si interseca inevitabilmente ma che da esso si vorrebbe lasciare staccato. Eppure la vita dentro il carcere e quella fuori da questo non sono semplicemente due facce della stessa medaglia, no, sono proprio il medesimo metallo che si fonde nello stesso conio e la forma che ne uscirà non sarà altro che il frutto di scelte o di mancanze.

Nicoletta Gandus e Cristina Tonelli curano il volume Doppia pena. Il carcere delle donne, edito da Mimesis nel 2019, e che raccoglie i contributi di coloro che il mondo di dentro lo hanno vissuto in prima persona, lo hanno conosciuto per lavoro o volontariato, lo hanno studiato e hanno tentato di cambiarlo, per renderlo non tanto migliore, nell’accezione più comune del termine, quanto piuttosto più adatto al presente. A un oggi che non può più permettersi di essere nostalgico del passato, soprattutto quando si parla di società e di diritti.

Sottolinea Susanna Roncoroni, nel suo contributo al libro, che le donne sono da sempre accostate ai minori, e la storia della reclusione femminile in tutte le sue forme fino a tempi recenti è stata assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Quando invece uno dei principi cardine del discorso verte proprio sulla parola responsabilità. Non può essere, infatti, la deresponsabilizzazione a preparare il rientro nella società. Minorazione e infantilizzazione sono i principali dispositivi del quotidiano carcerario che incarnano la mortificazione del sé, e disegnano quella mappa così sottile ma potente di regole, consuetudini, impedimenti e parole che sottraggono alle donne detenute la signoria su di sé.

Tanti sono i nodi della questione affrontati nel testo: dal carcere per le donne che sono anche delle madri a quello di donne straniere. Dalla carcerazione di persone transgender alle misure alternative alla detenzione. Le problematiche emerse sono nell’ordine ancora maggiori e, analizzandole, traspaiono solchi profondissimi che sono non tanto e non solo giudiziari quanto culturali.

Il carcere rende evidente con particolare drammaticità il processo di criminalizzazione e l’ossessione securitaria che hanno indirizzato le recenti politiche in materia di immigrazione, finendo col creare istituzionalmente marginalità, che diventa a sua volta zona sociale organizzata in cui si addensano le fasce più deboli e mal tollerate di popolazione.
Il carcere sembra svolgere ormai di fatto la funzione di selezionare tra gli stranieri presenti quelli destinati a essere espulsi, quelli destinati alla clandestinità perenne e quelli che si possono avviare a percorrere l’accidentato sentiero che li porterà, forse, al raggiungimento di un permesso di soggiorno e di uno status legale.

Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria. Le donne sono una minoranza ed è proprio da questa minoranza che, per le curatrici del testo, potrebbe partire un cambiamento nei fatti esteso, nel tempo, all’intero mondo del carcere.

A fine aprile 2016 si sono conclusi Gli Stati Generali della Esecuzione Penale che hanno visto la presenza e l’operatività di circa 200 tra esperti ed esponenti della società civile, impegnati in 18 Tavoli e il cui lavoro ha portato alla formulazione di numerose proposte.

I principi fondamentali affermati dagli Stati Generali riguardano maggiormente la tutela della dignità, dei diritti, delle relazioni famigliari, anche attraverso la modifica della disciplina dei permessi per estendere l’applicazione. Della tutela del diritto al lavoro, anche con l’istituzione di un organismo per favorire le opportunità di lavoro dopo la liberazione. Della salute, anche con la previsione dello spazio minimo e delle celle aperte.

Altri principi riguardano la territorialità della pena. La mediazione dei conflitti fra detenuti e fra detenuti e personale anche mediante un apposito ufficio.

L’incremento del rapporto con la società esterna, la particolare attenzione alla fase della dimissione, con il potenziamento degli Uffici di Esecuzione penale esterna e delle risorse degli Enti territoriali. Molte le raccomandazioni fatte dagli Stati Generali per promuovere l’affettività e l’esercizio della sessualità in carcere.

Ma, sottolineano Gandus e Tonelli, di tutto ciò non si è poi voluto tenere conto. Assistendo, tra l’autunno 2018 e l’estate 2019, a una massiccia campagna massmediatica di segno opposto, segnata dalle affermazioni della necessità di innalzare le pene per i reati che provocherebbero allarme sociale, di rinchiudere i colpevoli e gettar via la chiave.

Siamo certi che ciò basti o almeno contribuisca davvero a rendere la società migliore, più sicura, civile e de-criminalizzata davvero?

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