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Chi potrà mai dimenticarla quella domenica di febbraio di 30 anni fa?

 

La storia in quei giorni sembrava correre alla velocità della luce senza risparmiare sorprese, fine di certezze politiche ed ideologiche e l’inizio di nuovi incredibili scenari. Tra aprile e giugno del 1989 i giovani cinesi erano scesi in piazza Tienanmen per contestare un regime apparentemente monolitico ma certamente in grado di ritrovare la propria unità interna nella dura repressione. Un’altra spallata arrivò poi a novembre con la caduta del Muro di Berlino ed i repentini cambi che sconvolsero l’ex Unione Sovietica.

L’Africa non stava a guardare. In questo continente per decenni Stati Uniti, Unione Sovietica e Cina si erano scontrate indirettamente tra loro finanziando e sostenendo gruppi rivoluzionari ed eserciti di liberazione in una serie di sanguinose guerre senza fine. Ed il nuovo ordine mondiale che andava delineandosi non lasciò indifferenti i giovani africani che colsero l’occasione della caduta e della crisi dei regimi comunisti per contestare in piazza i partiti unici ed i governi autoritari al potere nei loro paesi.

Il Sudafrica restava comunque la nazione sotto osservazione della comunità internazionale per l’incredibile regime di segregazione razziale in vigore dal 1948. Da anni erano in corso negoziati segreti tra il presidente bianco Frederik de Klerk e l’African National Congress per individuare soluzioni comuni per superare un sistema politico agonizzante. L’infarto sovietico servì a rassicurare la minoranza bianca (in particolare i boeri di origine olandese) che la maggioranza nera non avrebbe espropriato le loro terre. La paura dei sequestri delle proprietà era stata infatti il venefico collante che teneva insieme i bianchi che temevano un regime politico di stampo sovietico.

Caduta la discriminante politico-economica, le trattative tra le parti arrivarono ad una svolta di cui si ebbe notizia il 2 febbraio 1990 quando de Klerk annunciò la legalizzazione dell’ African National Congress (Anc) e la liberazione del suo leader Nelson Mandela. Un eroe non solo in Sudafrica ma per tutta la comunità internazionale. 72 anni, di cui 27 trascorsi in carcere, era allora il più anziano prigioniero politico del mondo. Un avvocato colto e curioso che oltre all’inglese ed ai numerosi idiomi locali parlava correntemente l’afrikaans, la lingua degli “odiati” boeri proprio per potere entrare nei loro cuori e illustrare meglio le sue ragioni: così spiegava quella conoscenza aborrita dagli militanti dell’Anc. Una vita difficile segnata dalla morte di un figlio, da matrimoni falliti, dalla tubercolosi contratta in carcere che non gli aveva impedito di continuare ad allenarsi nella boxe.

Mandela fu liberato domenica 11 febbraio 1990. L’evento fu trasmesso in diretta ed in mondovisione. La Rai ci restituì quelle storiche immagini di un uomo anziano, stanco, ma non piegato dagli eventi che con passo claudicante usciva dal carcere nei pressi di Città del Capo accompagnato da sua moglie Winnie. Migliaia di giornalisti, fotografi, cameraman di tutto il mondo ci regalarono le immagini della fine di uno scempio, quello dell’apartheid. Mandela, elegantissimo in abito a righe grigie, camicia bianca e cravatta blu, fendeva le centinaia di migliaia di cittadini di colore sudafricani che per chilometri erano assiepati lungo il percorso. Nessuna parola, nessun discorso, solo il pugno chiuso sollevato due volte a significare che si vince solo se uniti, senza nessun richiamo a sistemi di potere sepolti dalla (recente) storia. A parlare in pubblico sarà in serata la moglie Winnie.

Le trattative per condurre il Sudafrica fuori dalle secche dell’apartheid rischiarono di portare alla guerra civile. Alcuni leader storici dell’Anc nonché stretti collaboratori di Mandela, furono uccisi durante i negoziati da bianchi che si opponevano ad ogni negoziati.

L’indomito leader seppe mantenere nervi saldi e la barra dritta fino ad insediarsi 4 anni dopo alla presidenza del Sudafrica, per poi lasciare l’incarico il 14 giugno 1999. Resta un caso unico in Africa di un leader che decide di sua spontanea volontà di abbandonare cariche pubbliche.

Questo atteggiamento lo ha fatto entrare nella storia. Il premio Nobel per la pace ed il suo carisma lo hanno fatto entrare nell’Olimpo dei grandi. Dopo di lui, la tempesta e non solo tra i suoi successori ai vertici dell’Anc e dello stato  ma anche nella sua grande famiglia allargata divisa da dispute per la sua eredità politica.

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