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“La Carta di Assisi nasce per superare i muri dell’odio”. Intervista a Paolo Siani

 

Tra le tante adesioni arrivate alla Carta di Assisi per l’informazione c’è quella, autorevole di Paolo Siani. Lo abbiamo intervistato

Perché ha deciso di aderire alla Carta di Assisi?
Perché sarebbe impossibile non aderire.  In fondo, se ci pensiamo bene, non dovrebbe essere necessaria la Carta di Assisi per ricordare a chi fa il giornalista che deve farlo per bene. Sarebbe come dover ricordare a un medico che non deve commettere errori quando opera un ammalato. Nessun medico ha bisogno che qualcuno gli ricordi una cosa del genere.

Però mi viene in mente la frase che Marco Risi fa dire a un protagonista del film Fortapàsc, in cui divide i giornalisti in giornalisti-giornalisti e giornalisti impiegati. Ecco noi tutti abbiamo più bisogno dei primi che dei secondi, in grado di pesare bene le parole e di informare adeguatamente i lettori.

In un suo recente intervento, in occasione del conferimento della cittadinanza a Torre Annunziata, ha raccontato come suo fratello fosse stato attaccato e accusato dai colleghi locali di “parlare male” della città. Un paradosso: Giancarlo voleva scoperchiare per il bene della città ma venne accusato di essere un “seminatore di odio”…

Sì, ricordo benissimo il dispiacere di Giancarlo. Il cronista racconta quello che vede, si informa, verifica i fatti, e poi li riporta ai suoi lettori. 34 anni fa per fare questo il giornalista doveva “scarpinare”, andare sul posto, parlare con le persone, vedere i luoghi, doveva avere le sue fonti affidabili. Oggi non è più così, il giornalista pensa di poter fare questo mestiere anche seduto comodamente alla sua scrivania, e se fa così rischia di non fare bene il suo mestiere e di perdere il contatto con le persone.

Un appassionato professionista con il senso civile di suo fratello come vivrebbe questa stagione in cui le parole hanno preso il posto delle azioni? 

Chi lo sa? Non possiamo immaginare cosa direbbe oggi Giancarlo, per il semplice e drammatico motivo che la camorra ha deciso che doveva tacere per sempre. Ecco, il danno della criminalità organizzata non è solo aver tolto Giancarlo alla sua famiglia, alla sua fidanzata, ai suoi amici, ma aver sottratto capitale umano alla nostra società. E se si considera che negli ultimi 12 anni oltre mille reporter sono stati uccisi nel mondo, pensate che danno è stato fatto.

Senza i giornalisti tutta la società si indebolisce, senza il racconto di quello che accade nel mondo saremmo tutti più poveri. E d’altronde è noto che le mafie temono più la penna dei giornalisti che le manette dei poliziotti.

Come, dal suo punto di vista, la Carta di Assisi può oltrepassare i confini della professione giornalistica e diventare una “carta di impegno” civile e anche politico? 

Semplicemente dando pieno valore al suo senso. La Carta nasce per superare i muri dell’odio, chiamando in causa tutti gli operatori di pace. In occasione della sua presentazione, il prefetto del Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede Paolo Ruffini ha affermato che questa Carta deve essere assimilabile al Giuramento di Ippocrate. Sono questi dei principi universali, che vanno oltre l’ambito della comunicazione in senso stretto e finiscono inevitabilmente per investire l’impegno civile e politico, soprattutto nell’accezione del superamento dei muri. Sarebbe utile se ciò accadesse. Nel mio recente impegno in parlamento ho scoperto quanto il web, che io frequentavo e che trovavo un grande strumento di conoscenza e di emancipazione, può invece diventare pericoloso se viene utilizzato per fare propaganda, se cioè viene utilizzato male.

Ho scoperto la potenza delle fake news, che rendono il web un luogo pericoloso e da non frequentare. Ho scoperto quanto le informazioni possano venire distorte e utilizzate in modo perverso. Ho scoperto che questo purtroppo è diventato il modo più semplice per raccogliere consensi. Per questo motivo, a Napoli da alcuni mesi ho dato luogo a incontri con le persone, tra la gente, a cui ho voluto dare un titolo suggestivo, “RagionaMenti”. Tanti anni fa, quando non c’erano i social, le persone, per scambiarsi le idee, per ragionare insieme, si incontravano nelle case, c’erano i salotti buoni, che si aprivano solo per queste occasioni. Ecco, noi vogliamo riaprire quei salotti e incontrare di nuovo le persone e ragionare pacatamente su tanti temi. Così pensiamo possa crescere una nuova idea di politica, che ha assoluto  bisogno di tutti noi e di RagionaMenti fatti insieme.

Lei è medico oltre che politico. Come si cura la patologia di chi semina odio per sentirsi potente?  

Con la cultura. La cultura è l’arma più potente. Ma è poco utilizzata. Basti pensare che la tv ha svolto un ruolo straordinario con alcune trasmissioni che insegnavano a leggere e a scrivere (non è mai troppo tardi), con il grande maestro Alberto Manzi, ha fatto conoscere agli italiani grandi commediografi (da Eduardo a Pirandello) e invece oggi propone trasmissioni in cui si cerca un fidanzato a qualsiasi età, o si fanno interviste senza saper fare domande.

Se Le chiedessi degli spunti/idee per rilanciare e ampliare le adesioni alla Carta anche oltre l’ambito del mondo della  comunicazione? 

Mi riaggancio a quanto detto in precedenza. La Carta ha di per sé un fortissimo valore civile e politico. Ecco, estendere i principi della Carta di Assisi alla politica sarebbe un risultato straordinario. Sia per superare i muri dell’odio che rispetto all’importanza dell’uso delle parole. Ne abbiamo bisogno oggi più che mai, sullo scenario nazionale e sul delicatissimo scacchiere internazionale, segnato da equilibri sempre più fragili.

Cosa la colpisce, da politico, del massiccio utilizzo dei social a fini propagandistici ma soprattutto di come i mezzi di informazione spesso partano dai social per realizzare servizi giornalistici? 

Che i social siano ormai uno strumento indispensabile per la politica e per tutta la società è un dato incontrovertibile. E’ come al solito l’uso che se ne fa che determina la differenza. A me capita spesso che un giornalista legga un mio intervento sui social, ma se poi mi chiama e mi fa delle domande per capire e per informare i suoi lettori ha fatto bene il suo lavoro, se invece si limita a copiare la mia dichiarazione ha solo diffuso una velina. Tra le due cose c’è una grande differenza naturalmente. E’ comunque importante la credibilità di chi usa i social. Anche questo fa la differenza.

Da una parte politica e mezzi di comunicazione immersi spesso nelle proprie parole, dall’altra il mondo “reale”. Nel mezzo la tendenza al linciaggio che passa dai social…

Veda, io non ho mai pensato di dover combattere una guerra contro nessuno, neanche contro la camorra. Mi sono battuto perché ci fosse un processo in tribunale, ma non ho mai combattuto una guerra personale contro i clan, ho sempre pensato che i loro nomi sarebbero dovuti cadere nell’oblio.

E tuttora, anche nel mio impegno politico, non ho mai pensato di dovere linciare nessuno, anche se ovviamente c’è chi la pensa diversamente da me: ho sempre cercato di spiegare con pacatezza le mie idee, supportate da evidenze, e mai approssimative. Non so fare diversamente, ma in fondo credo che questo mio modo di fare sia l’unico vincente ed efficace anche per chi legge e cerca di documentarsi.

Prima o poi, comunque questa deriva che ha preso la politica finirà. La gente chiede competenza ed esperienza. L’onestà deve essere un prerequisito. Lo capiranno anche i partiti e i movimenti.

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