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“Ghiaccio e argento” – di Stina Jackson

 

Un ingresso a pieno titolo nel gotha della giallistica scandinava, quello di Stina Jackson, con il romanzo di esordio: “Ghiaccio e Argento” (edito in Italia da Longanesi – nella collana La Gaja scienza, con traduzione di Andrea Berardini).

La Swedish Desk Academy lo ha considerato il miglior romanzo poliziesco svedese dell’anno 2018, con la seguente motivazione: “oscuro ed ipnotico sulle esistenze marginali in una Norrland atmosferica”.  Il primo romanzo d’esordio a ricevere un premio così prestigioso negli ultimi 36 anni.

Gli amanti del genere potranno trovare, dunque, un’ulteriore occasione per immergersi in quelle atmosfere ipnotiche, buie, quasi ancestrali, che soltanto chi è vissuto tra quelle popolazioni orgogliose, in quei territori incontaminati, così lontani dai nostri, è in grado di descrivere. Ed è proprio quella “atmosfera nordica”, unita alla forte introspezione psicologica, che ammanta i protagonisti, conferendo a questi romanzi quel pizzico di mistero in più e che gli ha assegnato un posto d’onore stabile nell’olimpo del genere. La Jackson (nata Olofsson, a Skellefteå, in Svezia, nel 1983, vive  dal 2006 a Denver, Colorado, con suo marito Robert Jackson) in una recente intervista, ha indicato la scrittrice svedese Kerstin Ekman come sua stella polare.

E’ proprio a  Skellefteå, lungo la strada 95, in direzione nord-ovest, sulla Silvervägen (la via dell’argento) – che si snoda tra gli alberi dell’antica foresta svedese verso il confine norvegese – che troviamo uno dei protagonisti del romanzo, Lelle, alla guida della sua auto, alla disperata ricerca di sua figlia Lina, scomparsa da tre anni mentre era in attesa di salire su di un autobus. La ricerca è spasmodica, notte dopo notte, ogni estate, senza pausa e senza respiro, perché lei è lì, nascosta in qualche luogo buio e claustrofobico, tra il ghiaccio e l’argento. Lui è sicuro di trovarla in qualche anfratto di quell’autostrada rischiarata, ma non illuminata, dal sole di mezzanotte, al cospetto di una luna muta.

Una ricerca che deve necessariamente interrompersi ad ogni arrivo dell’autunno, a causa della coltre di buio che scende a quelle latitudini e che lo obbliga a cedere, a desistere, dalla ricerca, ma che, al contempo, gli offre anche la possibilità di recuperare il sonno interrotto per una stagione. Un autunno che coincide con l’avvio dell’anno scolastico e che richiama Lelle ai suoi doveri di insegnante di matematica presso il locale liceo, frequentato un tempo anche da sua figlia: “a Lina l’inverno piaceva…in special modo la pesca sul ghiaccio e le gite in motoslitta al lago… anche se l’inverno non era più rigido come quando era piccolo lui, allorché la gente poteva perdere la testa per via del gelo”.

Lina è stata rapita! ne sono certo! non sarebbe mai scappata!

Il suo ritrovamento rappresenta la sua unica ragione di vita, una vita, oramai, alla deriva, anche a seguito della rottura del proprio matrimonio, spazzato via a causa di quella scomparsa di cui si ritiene l’unico responsabile.

Ma ecco che il destino di Lelle si incrocia con quello di Meja, una diciassettenne, coetanea di Lina, costretta a trasferirsi dalla madre, Silje, da Stoccolma a Glimmerstrask – un remoto paesino sulla via dell’argento – a casa di Torbyorn (meglio conosciuto dai locali come Torbyio-porn, per via di quella sua insana passione per le riviste porno. Torbyoporn non ha mai avuto una donna prima di allora), che sembra voglia prendersi cura sia di Silje sia di sua figlia. Sola e disperata, cresciuta senza il Padre e da una Madre distratta dai troppi uomini che passavano frettolosamente nel suo letto, Meja è alla disperata ricerca di un affetto che sembra avere trovato, forse troppo presto, proprio da quelle parti, a Svartsjo, tra le braccia di Carl-Johan e quelle della sua famiglia. Una famiglia che vive ritirata da tutto e da tutti, nella foresta, in attesa e a causa della catastrofe imminente ad opera di un complotto incombente dei poteri forti, come continua a ripetere il severo capo famiglia Birger. La famiglia si è costruita, nel tempo, anche un bunker sotterraneo.

Meja, nel frattempo, ha iniziato a frequentare lo stesso liceo di Lina, quello dove insegna Lelle. E questi sembra avere occhi solo per lei, cosi sola e così pallida, sempre china sul banco, sempre con la giacca addosso come se avesse l’influenza, senza amici: voglio che tu sappia che ci sono anch’io, se ne hai bisogno, le ha detto un giorno; forse perché nei suoi occhi vede riflessa la luce di Lina

Ma è con la scomparsa improvvisa di un’altra ragazza, Hanna, che i loro destini si intrecceranno, in un crescendo rossiniano, accomunati come sono da quella sensazione angosciosa, inquieta, rabbiosa, di vuoto che pervade le loro anime. Ad attenderli, un comune percorso catartico che li aiuterà, forse, a riconquistare la quiete perduta.

Un bel libro, con una trama avvincente e una rara attenzione verso la cura e la descrizione dei personaggi, descritti con le loro angosce e le loro speranze. Il tutto ambientato in un panorama mozzafiato.

Come ha scritto il Guardian: l’esordio di Stina Jackson è inquietante e coinvolgente. La luce infinita dell’estate nordica conferisce alla sua storia una qualità strana, quasi onirica.

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