Anche l’informazione deve uscire dal ghetto

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Ci sono notizie che finiscono inesorabilmente nel cestino e non sai bene perché. Troppo lontane? Può darsi. Ma sapere che il litio della tua prossima auto ibrida arriva dalla Bolivia che ha appena messo alla porta Evo Morales che aveva nazionalizzato le miniere rende la notizia un po’ più interessante anche per te. E allora perché i telegiornali che, anche nell’era di internet sono il piatto forte della dieta mediatica, non lo fanno? Questo è stato il punto di partenza del dibattito all’interno di Bookcity intitolato “Assenze ingiustificate. Le notizie che mancano dai telegiornali”. Il perno erano le ricerche quantitative dell’Osservatorio di Pavia che formano il rapporto “Illuminare le periferie”, con la collaborazione del Cospe, Usigrai e Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo. Il rapporto di quest’anno approfondiva proprio il buco delle news dall’estero ed è stato presentato per la prima volta al Festival dei Diritti Umani. Per l’appuntamento a Bookcity abbiamo scelto di accompagnare i numeri dell’Osservatorio con due testimonianze: Nico Piro, inviato speciale Rai, e Aboubakar Soumaroho, sindacalista USB e autore di “Umanità in rivolta”.

Per chi fosse interessato al dettaglio dei numeri consigliamo di andare sul sito dell’Ong COSPE (https://www.cospe.org/wp-content/uploads/2019/05/illuminare-le-periferie_2019_FINAL.pdf), qui vogliamo mettere a fuoco alcune riflessioni emerse dal dibattito. Conoscere alcune aree del mondo significa capire cosa succede anche vicino a casa: se i telegiornali italiani non hanno mandato in onda una sola notizia sul Gambia in tutto il primo semestre 2019 come può un cittadini capire perché il maggior numero di minori non accompagnati viene proprio da lì? Se solo il 24% delle notizie sono dedicate agli esteri – curiosità, gossip e amenità comprese – è normale rimanere stupefatti delle rivolte in America Latina. Come ha detto provocatoriamente Nico Piro “occuparsi degli esteri non è buonismo, è egoismo. Perché quello che succede là prima o poi ti ritorna indietro”. E con la stessa abrasività l’inviato Rai ha sostenuto che “da anni manca una politica estera italiana, che viene surrogata dall’invio di soldati: inevitabilmente manca il racconto giornalistico, se non quello embedded”.

Il fatto che Nico Piro giri ancora come una trottola nelle zone di crisi però può sembrare un’anomalia nel panorama mediatico italiano: in parte lo è, spiega, anche perché dice di aver trovato direttori lungimiranti, ma in fase di spending review si usano sempre di più free-lance, che costano meno e se ci lasciano la pelle…amen. Un’amara verità che ha fatto esclamare a Aboubakar Soumaroho che “sarebbe necessaria un’alleanza fra free-lance giornalisti, braccianti e riders: tutti – ha detto il sindacalista USB – lavorano a cottimo”. Per Aboubakar Soumaroho l’Italia non ha fatto i conti con il colonialismo: non solo dal punto di vista storiografico, ma anche da quello culturale. Per lui “l’insistenza di alcune trasmissioni sul caporalato serve più a far vedere un’umanità disperata, persone che vivono tra fango e lamiere che a descrivere i fenomeni. Lo stesso – aggiunge Soumaroho – vale per le periferie che vengono raccontate solo come sporcizia e ignoranza. Se vai sul campo – conclude Soumaroho – finalmente potresti raccontare qualcosa di diverso da quello che vuole il pensiero dominante”. In una parola anche l’informazione deve uscire dal ghetto. Speriamo l’abbiano capito tutti quei giovani – almeno un terzo del pubblico presente – che hanno seguito attentamente il dibattito prendendo appunti: i cronisti di domani.

Danilo De Biasio, Articolo21 Lombardia. Festival dei Diritti Umani


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