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Siria, violentata e lapidata Hevrin Khalaf, difendeva i diritti delle donne. Tre giornalisti uccisi in un raid con altri 12 civili

 

Il bel volto coperto dal grigio della polvere delle pietre che le hanno scagliato addosso per lapidarla dopo averla violentata. Il piede di un miliziano che prende a calci il suo corpo esanime per dimostrare che è morta. Alla fine, tanto per essere sicuri, le hanno sparato alla testa a distanza ravvicinata.

Hevrin Kalhaf non doveva solo morire. Nell’orrore di una guerra dove all’odio politico si aggiunge il seme oscuro del fondamentalisto religioso, il corpo martoriato di una donna serve da monito per piegare le forze di chi resiste e le coscienze pallide di un occidente sempre pronto a voltare lo sguardo per non confrontarsi con la propria misera ipocrisia.

Le immagini della sua barbara uccisione ci hanno rivelato  una spietatezza disumana. Pochi secondi che hanno confermato la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire: Hevrin mai più avrebbe regalato agli altri il suo dolce sorriso. Immagini rimbalzate sui social e sui media di tutto il mondo.
La condanna per la brutale esecuzione ad opera di miliziani pro-Ankara, che avevano ucciso allo stesso modo altri 9 civili, è stata ferma e corale.
Impegnata per i diritti umani e delle donne, la 35enne di origine curda faceva parte della direzione del Consiglio democratico siriano ed era segretaria generale del partito Futuro della Siria.
Nelle stesse ore a perire sotto i colpi delle forze turche anche due giornalisti curdi al seguito di un convoglio umanitario, Saad Al-Ahmad della testata Hawar News, ucciso sul colpo, e il freelance Muhammad Efrin, deceduto stamani in ospedale. Nell’attacco  a sud di Ras al Ayn/Serekaniye sono morte altre 11 persone, tra cui  un reporter straniero di cui non si conoscono ancora le generalità.
L’esercito di Recep Tayyip Erdogan non risparmia nessuno e avanza in Siria, avvicinandosi al punto nevralgico e concludere così la fase iniziale dell’offensiva nel nord del Paese.
Intanto, le autorità curde hanno annunciato che 800 familiari di jihadisti dell’Isis sono fuggiti da un campo sfollati sfruttando il caos degli scontri, e che un altro convoglio con civili è stato colpito da un raid delle forze di Ankara nell’Est siriano causando deicne di vittime, mentre gli Usa hanno annunciato il ritiro totale dei mille soldati dispiegati nella Siria settentrionale.
“Una mossa intelligente”, l’ha definita Trump: il grande traditore del popolo curdo.
Nonostante le continue richieste alla Turchia di metter fine all’aggressione, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha ribadito che l’offensiva proseguirà.
La notizia della fuga dei familiari dell’Isis fa paura ai leader europei.
Sia le autorità curde, sia le potenze straniere hanno ripetutamente avvertito che le nuove ostilità rischiano di minare la lotta contro l’Isis, che potrebbe rialzare la testa, e consentire la fuga degli jihadisti detenuti.
Al quinto giorno dell’offensiva lanciata mercoledì dalla Turchia contro le Forze democratiche siriane guidate dai curdi, che Ankara considera “terroristi” legati al Pkk, il bilancio delle vittime continua a salire, sommandosi alle almeno 400mila della guerra che infuria dal 2011.
Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani, dal 9 ottobre sono almeno 160 i civili uccisi nell’offensiva, 184 i combattenti curdi.
Per le Nazioni unite gli sfollati sono almeno 130mila, ma l’organizzazione ha avvertito del rischio che possano salire a 400mila, causando un vero e proprio “disastro umanitario”.
Dopo che gli Usa avevano dato ‘luce verde’ alla Turchia ritirando le proprie forze dalla zona di confine, e le contrastanti dichiarazioni di Trump nel mezzo della pioggia di condanne internazionali, il segretario alla Difesa Usa, Mark Esper, ha annunciato il ritiro dei mille dal nord della Siria affermando a Cbs, che Erdogan intenderebbe spingere l’aggressione più a fondo di quanto pianificato nel territorio siriano.
Intanto l’agenzia siriana Sana ha confermato che le truppe di Damasco si muovono verso nord, per contrastare le forze turche. Poco prima fonti curde avevano parlato di negoziati in corso tra milizie curde e il regime di Assad. Vari Paesi (tra cui gli Usa) hanno annunciato sanzioni contro Ankara, e altri come Germania e Francia hanno tagliato l’esportazione di armi alla Turchia, ma Erdogan sembra deciso a non arretrare.
“Chi crede di poter far sì che la Turchia arretri di fronte a queste minacce si sta decisamente sbagliato”, ha affermato in tv.
Il suo obiettivo dichiarato è creare una ‘security zone’ che si estenderebbe da 30 a 35 km all’interno della Siria, dall’Eufrate al confine iracheno, per riversarvi parte dei 3,6 milioni di profughi siriani che vivono in Turchia.
I curdi si oppongono, denunciando l’intenzione di un cambiamento demografico.
Obiettivi chiave dell’offensiva iniziale sono le città di Tal Abyad e Ras al-Ain: la prima è stata presa venerdì, nella seconda si combatte ancora.
La Turchia ha anche assunto il controllo della strada M4, fondamentale per i rifornimenti e i movimenti dei curdi, che potrebbe diventare il limite dell’avanzata (si trova 30-35 km all’interno della Siria).Le milizie curde, decisive nella lotta all’Isis, sono di fatto state abbandonate dagli Usa, ex alleati nella coalizione contro il gruppo estremista. Sono loro ad aver sinora controllato le carceri dove sono detenuti 12mila combattenti dell’Isis, siriani, iracheni e provenienti da 54 Paesi, mentre nei campi sfollati si trovano 12mila donne e bambini a loro legati. L’amministrazione curda ha denunciato “l’aggressione militare di Turchia e mercenari vicino al campo di Ain Issa” dove si trovavano gli 800 familiari fuggiti, denunciando anche che le guardie del campo sono state aggredite.
Un orrore senza fine che, ancora una volta, l’Occidente è incapace di contrastare e fermare.

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