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Sconfiggiamo il caporale che c’è dentro ognuno di noi

 

Si chiama Moustafà, o almeno tutti lo chiamano così, d’estate dorme all’aperto e d’inverno in un edificio abbandonato che chiude con i teli della raccolta delle olive abbandonati come rifiuti dagli agricoltori. Sfruttato superando tutti i limiti del concetto di umanità. C’è gente che lo fa lavorare per una giornata intera pagandolo con qualche bottiglia di birra. Non sono i caporali che lo sfruttano ma la gente comune, quella che poi in pubblica piazza critica proprio quei caporali cui coscientemente s’ispira quando sfrutta Moustafà. Quando si parla di caporalato, la mente ci riporta a collegamenti logici estranei a noi stessi. E invece dovremmo guardare proprio dentro di noi. Dovremmo cominciare a pensare a come tutto questo non sia altro che una nuova involuzione dello schiavismo, quello della gente comune. Quello che ci fa inorridire quando è commesso dagli altri ma che dovrebbe farci ragionare, con meno sufficienza, sul fatto che anche noi consciamente potremmo essere schiavisti e caporali, come se questo comportamento non ci appartenesse. La realtà che spesso noi stessi creiamo, dovrebbe far crollare le nostre false sicurezze.

Qui in Molise in un piccolo paesino della costa adriatica ci siamo abituati presto a quella pelle scura e agli occhi tristi di Moustafà senza mai chiederci cosa ci sia dietro la sua bicicletta arrugginita e dietro i suoi abiti estivi anche quando siamo in pieno inverno. Spesso lo ritroviamo nelle nostre strade interpoderali e lo scansiamo con le nostre auto come se fosse una bestiola che attraversa la strada. Quel voltarsi dall’altra parte per non fare i conti con la propria coscienza sta prendendo il sopravvento sul nostro presente. Chi scrive è figlio di agricoltore ed ha avuto il privilegio ed ha vissuto l’esperienza diretta del lavoro e della fatica nei campi. E’ un lavoro durissimo in condizioni normali, figuriamoci cosa sia, sotto il controllo diretto dei caporali e dei nuovi schiavisti.

La storia di Moustafà è nota a tutti: sopravvivere, con la vita affidata alle mani di chi lo sfrutta per pochi euro il giorno rinunciando a ogni sogno di riscatto sociale e di vita degna di essere vissuta. Come lui tanti altri suoi connazionali abituati a subire per rimanere vivi spaccandosi la schiena per sedici ore il giorno. Prima di combattere il caporalato e la schiavitù che notiamo intorno a noi, proviamo a farci un esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto il caporale che c’è dentro di noi, proviamo a combattere questi fenomeni e il nostro modo sbagliato di comportarci spesso frutto di omissioni colpevoli. Riflettiamo su cosa sia diventato il mondo del lavoro in Italia, sommerso ancora tra astruse e incomprensibili forme di lavoro spesso al limite della decenza umana. Caporalato, schiavitù e disoccupazione. Tre elementi che rischiano di fondersi con sviluppi imprevedibili e che richiederebbero nuove politiche sociali da parte di uno Stato che si professa democratico e di matrice solidaristico sociale.

(Vincenzo Musacchio, giurista e direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise)

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