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Dal Cile al Libano, senza dimenticare Egitto e Catalogna, le rivolte popolari represse con la violenza

 

Dal Cile a Hong Kong, dall’Egitto al Libano fino ad arrivare nel cuore dell’Europa, in Catalogna: il 2019 è l’anno caldo delle proteste di piazza.

Chi per reclamare l’indipendenza, chi contro la disoccupazione e il carovita o per manifestare dissenso verso governi, spesso regimi, autoritari e corrotti.

Una la costante: la violenza della repressione delle manifestazioni, quasi sempre pacifiche.

In ogni realtà interessata dall’ondata di malcontento, le rivolte sono sfociate in scontri con le forze di sicurezza dei rispettivi paesi, costati la vita a decine di persone. Migliaia i dimostranti finiti in carcere. 

In particolare in Egitto, dove da settembre sono iniziate le proteste anti-regime. Il pugno duro di Abdel Fattah al Sisi ha ridimensionato la portata delle manifestazioni, arrestando oltre 4000 persone in poco più di due settimane.

Anche in Iraq per giorni hanno protestato migliaia di persone. Anche in questo caso  i cortei pacifici sono sfociati in violenze che hanno causato la morte di oltre cento tra manifestanti e membri delle forze dell’ordine.

L’anno è iniziato con le rivolte in Sudan e in Algeria: in entrambi i casi le ‘piazze’ hanno disarcionato ‘rais’ da decenni al potere.

Il 19 dicembre del 2018, centinaia di sudanesi iniziano a organizzare cortei contro il prezzo del pane triplicato. Ad aprile, le crescenti manifestazioni spingono l’esercito a defenestrare Omar al-Bashir, al potere da 30 anni, sostituendolo con un Consiglio militare di transizione. Ma migliaia di manifestanti rimangono davanti al quartier generale dell’esercito, in un sit-in che il 3 giugno viene disperso da uomini armati in uniforme militare che fanno decine di vittime A metà agosto la firma dell’accordo tra l’esercito e le Forze del cambiamento e delle libertà , mediato dall’Etiopia e dall’Unione Africana: un Consiglio sovrano, a guida civile ma con una forte presenza di generali che ha il mandato di sovrintendere la transizione e portare a nuove elezioni. La repressione della protesta ha provocato oltre 250 morti, secondo ong locali.

Anche in Algeria, quasi in simultanea con il Paese dell’Africa occidentale, sono state organizzate massicce manifestazioni contro la candidatura per un quinto mandato del presidente Abdelaziz Bouteflika, molto indebolito da un ictus nel 2013, dopo tre mesi di dure contestazioni, cominciate a metà febbraio, il 2 aprile il longevo capo di Stato  si dimette. Ma i manifestanti non si placano e continuano a scendere in strada, decisi a sbarazzarsi dell’intero “sistema”, l’apparato di potere ereditato dai 20 anni di presidenza Bouteflika.

Dall’Africa all’Asia il clima e la voglia di cambiamento sooo gli stessi. Dal 12 giugno sono scese in piazza migliaia di persone a Hong Kong per contrastare una proposta di legge che faciliterebbe l’estradizione in Cina. Le proteste sono proseguite anche dopo che la governatrice Carrie Lam ha annullato il progetto di legge. Oltre alle sue dimissioni, viene chiesta la grazia per tutti i manifestanti arrestati. Per risposta, il governo della regione autonoma ha approvata una legge di emergenza che vieta le manifestazioni in piazza con il volto coperto, scatenando nuove violenti reazioni.

Tornando all’Egittp, dal 20 settembre a Il Cairo e in altre città egiziane di è animata una vera e propria rivolta per chiedere le dimissioni del presidente al-Sisi, che è al potere dal 2014.

Un sit-in nella capitale, in piazza Tahrir, l’iconica piazza della rivoluzione del 2011 che portò al rovesciamento di Hosni Mubarak, è stato represso brutalmente. Al Sisi, che dal suo arrivo al potere ha limitato ogni forma di dissenso e di opposizione, non poteva permettere che la manifestazione animata a sorpresa, con una presenza senza precedenti, contro il regime potesse avere un seguito. Ma le proteste sono proseguite per giorni, soprattutto dopo la trasmissione di un video registrato da un uomo d’affari in esilio che accusa il capo dello Stato di corruzione.

Non molto diverse le ragioni all’origine delle proteste popolari in Libano.

Una valanga di contestazioni si sta abbattendo sull’intera classe politico-confessionale al potere da trent’anni. E persino gli Hezbollah libanesi, forti della loro ala armata, sono per la prima volta nel mirino del dissenso. E questo è espresso pubblicamente anche da esponenti della base del Partito di Dio.

Il nome di Hasan Nasrallah, leader del movimento filo-iraniano, viene incluso dai manifestanti nella lista dei “corrotti”. Dopo i primi cortei spontanei e rabbiosi di giovedì scorso, seguiti alla richiesta, venerdì, di 72 ore di tempo, da parte del premier Saad Hariri, centinaia di migliaia di libanesi hanno nel fine settimana e per tutta la giornata di oggi riempito le piazze di Beirut, Tripoli, Sidone, Tiro, Jezzin, Batrun, Byblos, Zahle, Baalbeck. E questo nonostante la repressione poliziesca di venerdì sera condannata da Amnesty International. Hariri ha  annunciato un pacchetto di riforme socio-economiche per cercare di porre un freno al malcontento, annunciando che l’anno prossimo non ci saranno nuove tasse. Il taglio degli stipendi dei deputati e dei ministri, l’eliminazione di due dicasteri e la riduzione del 70% del budget di una serie di istituzioni simbolo del sistema clientelare non sono bastati a placare gli animi. Le diverse voci dei manifestanti hanno annunciato che rimaniamo in piazza a Beirut fino a quando non cadrà tutto il sistema politico, a cominciare da Michel Aoun, il presidente della Repubblica, alleato degli Hezbollah che partecipano con propri ministri al governo Hariri.

Per ora, dunque, è improbabile che le richieste del movimento delle proteste vengano ascoltate. Come è certo che questa volta la piazza sia determinata ad andare avanti. Fino in fondo.

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