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Brexit e Johnson, quasi uno psicodramma

 

Sembra quasi uno psicodramma quello di Boris Johnson primo ministro britannico. In nome di una Brexit dura, senza accordo con la UE ( che gli elettori non hanno mai esplicitamente votato) sta sfasciando tutto, in primo luogo il partito conservatore, poi le tradizioni democratiche britanniche, infine (forse) lo stesso Regno Unito. Lo stanno abbandonando in tanti: per ultimi il fratello Jo e la ministra Rudd, una delle figure più influenti della politica inglese. Ma lui va avanti. Ora sembra che sia pronto persino a non applicare la legge appena approvata dalle Camere che dispone un rinvio di tre mesi della Brexit in assenza di un’intesa con l’Europa. Una scelta che potrebbe persino farlo finire in galera. Le cronache segnalano Boris in viaggio per il Regno, in visita a fattorie dove, dotato di stivali, trascina in giro tori e mucche per far vedere che lui, figlio della élite più esclusiva del paese, è sotto sotto uomo del popolo. E’ in stato confusionale, scrivono e dicono in molti.

Come finirà lo vedremo. Quello che è certo è che sarà anche uno psicodramma ma è tutto politico. C’è un punto che non deve sfuggirci perché in queste settimane sta riguardando pure noi italiani. Come si esercita la sovranità in una democrazia? Sicuramente appartiene al popolo, ma ci sono regole e leggi da rispettare. E in un regime parlamentare ( Italia e Gran Bretagna sono tali) gli eletti alle Camere hanno un mandato che viene loro dall’elettorato e quindi è corretto che lo esercitino liberamente. A questo meccanismo possono esserne affiancati altri, la gente ha pieno diritto a manifestare il proprio punto di vista, però non si può sfuggire al nodo. E’ in Parlamento che si vota la fiducia a un governo e che si approvano le leggi. L’alternativa qual è? Boris Johnson inebriato dalle sue performance televisive forse pensa che sia lui l’interprete della volontà popolare a prescindere, come diceva Totò. E’ una bruttissima faccenda, una strada che porta all’autocrazia. I media hanno delle responsabilità enormi per aver favorito la personalizzazione di ogni cosa rispetto a idee, progetti, contenuti. Ma poi sono stati i politici a farsi inebriare da questa deriva in senso tecnico populista (parola da usare peraltro con prudenza). In Italia in questi giorni, contro il nuovo governo ( che andrà giudicato per le cose che sarà in grado di fare, tuttora indecifrabili), si levano dalla destra sovranista e xenofoba urla di ogni genere. Poiché in Parlamento si è definita un’altra maggioranza rispetto alla precedente, liquidata peraltro da chi già al potere pretendeva di averli pieni i “poteri”, si grida al furto di democrazia. Il popolo sarebbe stato privato del diritto di votare. A parte che da noi le elezioni non mancano di sicuro ( quelle politiche sono del 2018) , chi decide quando un governo è legittimo? Decidono da soli loro, i “sovranisti” e in base a cosa? Ai sondaggi che peraltro danno risultati controversi e difformi? In Italia, Gran Bretagna e un po’ in tutto l’Occidente siamo a un passaggio decisivo. E’ questo il punto: la politica urlata nei talk tv e sui social si scontra con regole costituzionali e procedure. La partita è aperta, ma in gioco c’è il rapporto fra democrazia rappresentativa contro la “democrazia” del capo che comanda con un rapporto diretto con la folla chiamata a mobilitarsi contro stranieri, poteri sovranazionali veri o presunti, libera manifestazione delle idee. Roba già vista in Europa, purtroppo.

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