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La strage di migranti più grave del 2019 e le responsabilità dell’Italia e dell’Europa

 

È affondato come una barchetta di carta male assemblata, inghiottito dai flutti del mare mosso che non poteva lasciare scampo a chi aveva affidato a quel barcone malridotto le speranze di una vita migliore. Almeno 115, tra uomini, donne, bambini, non vedranno mai realizzato il sogno di un futuro senza guerre e fame.
I 135 sopravvissuti, quelli rimasti a galla e poi salvati da pescatori che erano nel quadrante del naufragio al largo di Khoms, a 120 chilometri da Tripoli, li hanno visti morire come topi sorpresi dall’acqua. Senza possibilità di scampo.
Quella che doveva essere la ‘nave della speranza’ si è trasformata in una trappola mortale. A meno di 24 ore della forte denuncia dell’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati Filippo Grandi, che ha parlato della più grave tragedia del 2019, arriva la dichiarazione – ipocrita – di rito dell’Unione Europea: quanto accaduto ieri nel Mediterraneo per la Commissione è un terribile promemoria del rischio che affrontano i migranti in questo viaggio pericoloso per l’Europa. Anche una sola vita persa è troppo  e il nostro obiettivo è prevenire la perdita di vite umane in mare. Paradossale, ridicola, se non fosse per i morti di questo ennesimo naufragio annunciato.
Ogni volta che affiorano cadaveri dai flutti o si individuano quelli imprigionati nelle imbarcazioni divenute bare di ferro nei fondali del Mediterraneo, si levano alti il grido di indignazione e la promessa di interventi. Parole che mai si concretizzano in fatti, mentre le vittime aumentano.
Numeri che fanno dell’immigrazione la crisi più grave del XXI secolo. Eppure, nonostante l’enormità di quanto avviene quotidianamente nelle nostre acque, ogni volta che il nostro governo è ‘costretto’ a far attraccare un barcone, che non sia affondato lasciando l’incombenza alla guardia costiera di recuperarne il carico umano andato perso, c’è chi storce il naso e grida allo scandalo dei rifugiati accolti con troppa facilità in Italia.
Visti da molti come “pesi morti” che lo Stato si “accolla” a scapito dei tanti italiani in difficoltà, i profughi che raggiungono a rischio della vita il nostro paese non vengono considerati per quello che sono: dei disperati che sfidano la sorte attraversando il Mediterraneo su carrette del mare stracolme perché non hanno alternative.
Si tratta soprattutto di migranti provenienti da Eritrea, Nigeria, Somalia, Sudan e Siria. Uomini, donne e bambini che null’altro cercano se non una chance di sopravvivenza. Senza tralasciare che chiedere aiuto è un loro diritto.
Nel 2019 una persona su 3, secondo il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha perso la vita nel tentativo di arrivare in Europa lungo la rotta dalla Libia. Solo nei primi 4 mesi dell’anno nel Mediterraneo sono morte 422 persone (dati Unhcr), in percentuale la cifra più elevata sul totale delle partenze dal 2014.
E la responsabilità maggiore è dell’Europa tutta, prima ancora dell’Italia che ha deciso di rinnegare la sua storia di accoglienza e di umanità.
L’UE ha fallito nel definire una nuova politica comune per l’asilo e sull’immigrazione. I timidi tentativi della Commissione europea per riformare il regolamento di Dublino e strutturare una distribuzione equa dell’accoglienza tra i paesi membri non hanno prodotto risultati.
Siamo tutti consapevoli di una realtà: una soluzione ‘umana’ al problema immigrazione non è una priorità dell’Europa. Men che meno di chi ci governa come dimostra l’approvazione del Decreto Sicurezza bis.
È, e resta, ‘semplicemente’ il dramma dei disperati che tentano invano di sbarcare sulle nostre coste in cerca di salvezza da guerra, crisi e catastrofi naturali.

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