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Non tutto è nero sporco: le toghe pulite e il presidio del Quirinale

 

E’ un’abitudine, tutta italiana, alla generalizzazione: se di notte al buio tutti i gatti li vediamo neri, ci convinciamo che tutti i gatti siano neri. Lo facciamo per sconforto e rassegnazione, ma anche per malafede. E nella generalizzazione del “così fan tutti” tendiamo a trovare la migliore arma difensiva con cui giustificare la nostra passività. Insomma, visto che tanto “tutti sono uguali” rassegniamoci: non cambierà mai nulla, sempre e comunque.

Gli episodi che hanno coinvolto la magistratura italiana sono certamente sconvolgenti. Il virus della corruzione è dilagante nel nostro Paese, e Tangentopoli parrebbe averci insegnato molto poco. La vicenda delle vere o presunte toghe sporche, che ha scatenato inchieste di altre toghe e sta provocando dimissioni a raffica dal Csm, ha le proprie radici nella Sicilia babba, e nella spregiudicata azione di un duo forense – gli avvocati Pietro Amara e Giuseppe Calafiore – che da quella latitudine (Siracusa-Ragusa), hanno messo a punto un sistema di relazioni solido quanto spregiudicato coinvolgendo (e stravolgendo) ogni cosa che capitava loro di incontrare sul proprio cammino. È così che il cosiddetto “Sistema Siracusa”, oggi è diventato tristemente noto, e fra una corruzione e l’altra si è trasformato rapidamente in parte essenziale del “Sistema Italia”. Giudici a libro paga, politici eletti, affari a tanti zeri e una sostanziale corruzione delle coscienze.

Sono stati loro, Amara e Calafiore, facilitatori di grandi poteri, a pagare giornalisti perché dicessero bene sulle loro vicende e scrivessero male contro i “nemici”. Loro, spesso, a decidere chi dovessero essere gli “eletti” in Parlamento, si pensi anche solo alla vicenda che ha coinvolto il pregiudicato Pippo Gennuso (in procinto di rientrarci, paradossi italiani), o a quella dell’ex deputato Pippo Gianni (oggi sindaco di Priolo). Sempre loro, Amara e Calafiore, a scegliere addirittura chi avrebbe dovuto essere il più adatto a ricoprire qua e là l’incarico di Procuratore. Loro, insomma, ad aver influenzato negli anni molte questioni nevralgiche per il nostro Paese. Loro ad aver “dato” le carte, vere o false che fossero. Loro in regia.

Ma concluderne che tutti sono uguali, che non esistono gatti se non neri, vorrebbe dire cadere nella trappola di chi prima ha corrotto e oggi spera in un’ulteriore corruzione: quella della rassegnazione delle coscienze. La Costituzione italiana ha “pesi e contrappesi” che, in questo momento drammatico, qualcuno vorrebbe mettere a rischio. E allora diciamolo chiaramente: non sono tutti uguali.

L’attacco al Quirinale, passando per il Consigliere giuridico del Presidente della Repubblica, è un chiaro tentativo di azzerare tutto. Il presidente Mattarella – che è anche il primus al Consiglio Superiore della Magistratura – sta gestendo questa crisi con uno stile ormai noto: grande attenzione e, come vedremo alla fine, spinta al cambiamento ma senza atti d’imperio. La situazione è grave: non è un caso l’attacco al Quirinale, il più alto e saldo presidio civico di credibilità rimasto al nostro Paese. Una sorta di “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Anche tramite il suo vice al Csm, David Ermini, Mattarella sino a ieri ha cercato di contenere le implicazioni della ignobile vicenda che, per ora, porta inciso il nome del magistrato Palamara. E l’ha fatto non per sminuirne la gravità, come qualcuno vorrebbe far credere, ma semplicemente per far ritrovare credibilità a una magistratura che per colpa di singoli individui rischia oggi di apparire quasi svuotata delle sue prerogative più alte. Andrebbe ringraziato per ciò che si sta impegnando a fare, ed invece ecco pronta la stortura: farlo apparire come un arbitro non più imparziale anzitutto minando la credibilità dei suoi consiglieri, che è bene sottolinearlo, a quanto risulta non parteciparono a nessuna delle “cene cospiranti”. In questo quadro, si inserisce (anche) il ruolo assolutamente super partes del vicepresidente del Csm David Ermini, del tutto fuori da certi schemi “carbonari”, e quindi anche lui da abbattere.

Infine, ecco la rassegnazione affidata al destino: siccome la forza delle correnti nella magistratura è implacabile, allora affidiamo al fato la scelta dei prossimi responsabili degli uffici direttivi. Sarebbe la resa di uno Stato che non riuscendo a risolvere i problemi li elude. Sarebbe l’ennesimo tentativo di far apparire come inesorabile la sporcizia comune. Ma non è così, e va ricordato con forza: lo Stato c’è, ed è vivo e forte, rappresentato prima di tutto da tanti magistrati per bene, che nel silenzio quotidiano fanno semplicemente il proprio dovere. Così come ci sono Istituzioni salde e rassicuranti – che il Presidente della Repubblica sa come riassumere in sé – che non possono essere minate nella loro credibilità. La malattia c’è, non va negato, ma il corpo del malato non va richiuso perché incurabile: bisogna solo ben individuare il campo da operare, e poi incidere e ripulire con determinazione. Ecco allora la saggia scelta del Quirinale: non sciogliere il Csm perché la cancellazione in toto del Consiglio porterebbe all’immediata rielezione dell’organismo secondo le attuali regole e, probabilmente le vecchie logiche, ma elezioni suppletive a ottobre per sostituire i membri dimissionari e, nel frattempo, la forte e trasparente richiesta al Parlamento di cambiare le procedure elettorali per rinnovare, assieme al personale, lo spirito dell’istituzione. Perché l’organo di autogoverno, e più in generale la magistratura, tornino a riconquistare quella fiducia degli italiani che certamente meritano.

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