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Giustizia sociale e ambientale. Una speranza per tutti

 

di Vittorio Cogliati Dezza. Già Presidente nazionale di Legambiente, oggi membro della Segreteria nazionale di Legambiente e del Coordinamento del Forum sulle Disuguaglianze e le Diversità.

 

I cambiamenti climatici non sono, e non saranno, uguali per tutti. È una questione di geografia sociale, prima ancora che di geografia fisica! Chi rischia di più sono i Paesi poveri e i poveri dei Paesi ricchi: è una questione strettamente collegata all’esplosione delle disuguaglianze degli ultimi decenni.
Che la crisi climatica colpisca di più i paesi poveri e tende ad accentuare le disuguaglianze economiche tra le nazioni, è intuitivo ma è stato scientificamente confermato da un recentissimo studio di Noah S. Diffenbaugh e Marshall Burke intitolato Global warming has increased global economic inequality e pubblicato nell’aprile di quest’anno dall’Università di Stanford. Ma c’è qualcos’altro su cui vale la pena riflettere.

L’esplosione del movimento dei Fridayforfuture, ad esempio, ci permette di cogliere altri aspetti del rapporto tra crisi climatica e disuguaglianze: i cambiamenti climatici mettono in discussione le prospettive di sviluppo e di benessere dei giovani di oggi. Con i giovani del Fridayforfuture il “futuro” è diventato una categoria politica dell’attualità, del presente, non più il “Sol dell’avvenire” che ha orientato i movimenti di emancipazione del secolo passato. Per contrastare con qualche efficacia i cambiamenti climatici bisogna agire subito, oggi. «Non c’è più tempo!» è stato lo slogan di questi mesi con cui si sono mobilitati in tutto il mondo milioni di giovani. Questa generazione ci sta dicendo una cosa del tutto nuova. Anzi ce ne dice due.
Questi ragazzi scendono in piazza per denunciare una forma nuova di disuguaglianza: la disuguaglianza generazionale.Non perché sia la prima generazione a vivere nella prospettiva di stare peggio dei propri genitori, sono una ventina d’anni che è così, ma perché è la prima generazione a esprimerlo con questa consapevolezza e questa determinazione, è la prima generazione capace di scendere in piazza per difendere il proprio diritto a vivere e a vivere meglio, e soprattutto è la prima generazione capace di proporre un piano concreto su cui impegnarsi, in cui individuare responsabilità e errori specifici, per un percorso concreto di cambiamento.

Questi giovani sanno che stanno subendo un’ingiustizia e vogliono rimuovere gli ostacoli che gli impediscono di godere degli stessi diritti delle generazioni che li hanno preceduti.

È un movimento di lotta contro le disuguaglianze che vede nella giustizia climatica il terreno concreto su cui combattere. Cinquanta anni dopo il Sessantotto, un’altra volta una generazione, in forme del tutto diverse, scende in campo per difendere un suo bisogno e un suo diritto. Allora era per la liberazione da pregiudizi e steccati sociali, oggi la lotta è contro le nuove disuguaglianze per garantire a tutti gli stessi diritti e opportunità di vita dignitosa che hanno avuto le generazioni precedenti.
Così facendo questo movimento ci dice anche che oggi il grande “buco nero” delle disuguaglianze non si presenta più nella veste tradizionale delle disuguaglianze sociali, come nel ‘900, nella cornice dello scontro capitale-lavoro, che aveva nei diritti del lavoro e nei livelli di reddito i due indicatori chiave, a cui si accompagnava l’altra grande disuguaglianza, quella coloniale, tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo.

Oggi il fronte delle disuguaglianze si è molto ampliato e articolato. Non solo perché si è interrotto il percorso di riduzione delle disuguaglianze avviato nel dopoguerra, sostituito da una fortissima polarizzazione della ricchezza e dalla crescita della sua concentrazione nelle mani dell’1% più ricco, a cui è andato un quarto della crescita mondiale del reddito. Rimangono certamente quelle disuguaglianze che hanno segnato la storia del secondo Novecento, ma da sole ci raccontano solo una parte del fenomeno e non ci consentono di trovare le chiavi giuste per intervenire, per aggredire i meccanismi che le riproducono, spesso aggravandole.
Oggi, se si vuole progredire nel solco dell’art.3 della Costituzione e ridurre il cumulo di ingiustizie sociali che gravano sulla nostra società, dobbiamo parlare di tutte le altre forme che le disuguaglianze hanno assunto: di genere, ambientali, generazionali, culturali, di istruzione, di accesso alla ricchezza comune, intesa come la somma dei i beni materiali e immateriali (conoscenza) che caratterizzano tutti gli ambienti di vita, di studio, di cura, di intrattenimento e cultura.

Su questa sfida è nato il Forum sulle Disuguaglianze e le Diversità, una struttura originale, promossa dalla Fondazione Basso, che unisce ricercatori e organizzazioni di cittadinanza attiva, che, dopo più di un anno di lavoro ha messo a punto 15 proposte su Cambiamento tecnologico. Relazione tra lavoro e impresa e passaggio generazionale (vedi Confronti 5/2019), che pur non esaurendo il panorama del proponibile, si concentrano sulla praticabilità a breve e sulla prevalenza data all’intervento pre-distributivo rispetto al re-distributivo, perché «in assenza di interventi pre-distributivi l’intero onere dell’aggiustamento sarebbe caricato sugli interventi re-distributivi […] interventi indispensabili per correggere la polarizzazione di reddito, […] ma se la polarizzazione è troppo forte il riequilibrio redistributivo diventa difficilmente sostenibile».
Questo è particolarmente vero per le politiche ambientali e climatiche che fino ad oggi non hanno tenuto conto della necessità di garantire a tutti l’accesso alla rivoluzione energetica (le famiglie incapienti sono escluse dall’ecobonus per la casa e per gli impianti rinnovabili) e alla difesa della propria salute dall’inquinamento (da Brescia a Taranto, da Augusta a Marghera ne sono testimonianza i quartieri popolari a ridosso dei grandi impianti industriali inquinanti).
Non c’è più il popolo inquinato, come entità socialmente indifferenziata. Certamente esiste un danno “universale”, che colpisce indifferentemente tutti, perché colpisce il pianeta, ma gli effetti dell’inquinamento e della crisi climatica non sono equamente distribuiti nella popolazione, i ceti più deboli pagano un prezzo più alto per svariate ragioni e pagano due volte perché i costi del risanamento o della messa in sicurezza pesano sulla spesa pubblica e riducono i margini per il welfare.

Chi paga di più, chi rischia di più gli effetti nefasti del cambiamento climatico e del degrado ambientale sono i paesi poveri e i poveri dei paesi ricchi (verità questa che fu sbattuta in faccia al mondo sviluppato nel 2005, quando l’uragano Katrina a New Orleans, negli Stati Uniti, provocò 1.836 vittime, quasi tutte nei quartieri poveri della città), insieme alle future generazioni, a cominciare da quelle che già oggi sono in campo. Ed è questo l’asse principale su cui si deve misurare il Green new deal, una politica che anche attraverso la decarbonizzazione, sostiene uno sviluppo economico capace di accrescere l’equità e la sicurezza sociale e ambientale delle persone.

Giustizia ambientale e giustizia sociale si trovano così incernierate l’una nell’altra, “costrette a camminare insieme”, e, per di più, legate da una relazione biunivoca perché non solo i problemi ambientali producono impoverimento e accentuano le disuguaglianze, ma sono le stesse disuguaglianze sociali che creano o accentuano i problemi ambientali.

E l’intreccio indissolubile tra le due “ingiustizie” è testimoniato anche dalla così detta “emergenza migratoria” perché le migrazioni rappresentano l’unica politica di adattamento ai cambiamenti climatici oggi in campo a livello mondiale.
Ma soprattutto uno squarcio illuminante l’ha fornito la vicenda dei “gilet gialli” in Francia, che significativamente hanno gridato due slogan, solo apparentemente in contraddizione: «il governo parla della fine del mondo, noi siamo preoccupati della fine del mese», aggiungendo: «fine del mondo fine del mese, stesso colpevole stessa lotta». Un movimento non contro la Carbon tax, ma contro il fatto che sia spalmata in forme uguali per tutti, indipendentemente dal reddito e dalle condizioni di vita delle persone. I “gilet gialli” sono contro l’aumento iniquo del costo della vita. Dividere in parti uguali tra disuguali è il più forte meccanismo di riproduzione e accentuazione delle disuguaglianze. Chiedere sacrifici oggi in cambio della promessa di una futura vita migliore non funziona!
Quanto successo in Francia ci fa capire che la transizione ecologica sulle spalle dei più deboli non solo è ingiusta, ma è anche politicamente irrealizzabile. Siamo al bivio: nella distribuzione dei costi della transizione ecologica si potrà andare verso un rinforzo degli attuali meccanismi che riproducono e accentuano le disuguaglianze o, piuttosto, verso un riequilibrio e una maggiore equità sociale. Se gli effetti negativi di breve periodo sono insostenibili per gli ultimi e i penultimi, nonostante i benefici futuri della decarbonizzazione, l’opposizione sociale al cambiamento sarà forte!
È necessario che le politiche ambientali producano subito vantaggi per i ceti deboli. Già Alexander Langer, quasi trenta anni fa avvisava: «la conversione ecologica potrà affermarsi solo se apparirà socialmente desiderabile».
Queste sono le ragioni per cui giustizia ambientale e giustizia sociale sono costrette a camminare insieme, perché solo insieme possono rendere leggibili e comprensibili le ragioni delle povertà, delle sofferenze, delle paure e dei rancori di una parte sempre più ampia della popolazione, e perché solo insieme potranno individuare le proposte capaci di trasformare il rancore in speranza e in voglia di cambiare verso un benessere collettivo equo per tutti.
Anche in campo ambientale diviene allora urgente individuare le misure che oggi possono alleggerire l’ingiustizia che le fasce fragili subiscono.
Le proposte del Forum sulle Disuguaglianze e le Diversità vanno in questa direzione.

Da confronti

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