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Conserviamo il conservatore. Ripensando a Zeffirelli (e a uno “sport” tutto italiano) a una settimana dalla scomparsa

 

“L’opera è quello spettacolo dove il tenore “desidera” la soprano… ed il baritono si oppone.”  La definizione del Nobel/Oscar G.B. Shaw forse spiega uno dei motivi per cui la scomparsa  di Franco Zeffirelli ha diviso il mondo artistico italiano: l’opera è un “format”  sostanzialmente “conservatore” e conservatore era Franco Zeffirelli, il regista che più al mondo ha messo in scena grandi spettacoli del “bel canto”, ottenendo successi ineguagliabili.

La mancata presenza di tantissimi uomini di cultura (di sinistra) alle esequie del grande regista, diventa una inopportuna forma di manifestazione di appartenenza, criterio (di valutazione) che è uno dei peggiori problemi della vita civile e sociale italiana.

Dinanzi alla morte i sopravvissuti dovrebbero avere un più decoroso atteggiamento di rispetto, anche per gli avversari. Un esempio su tutti: Almirante commosso dinanzi alla bara di Berlinguer.

Diverso è il giudizio artistico su Zeffirelli cineasta: dal suo  maestro Visconti egli “prese” (carpì) la perfezione stilistica, ma nulla della grande tensione espressiva. La  sola scena del ballo del Gattopardo vale più dell’intera filmografia di Zeffirelli. Questo è uno dei problemi di chi  affronta l’arte con spirito conservatore: nulla si può aggiungere di nuovo alla storia della cultura.

A riprova della sterilità dello spirito conservatore si può indicare la mancanza di eredi  per il regista fiorentino; mentre, ad esempio, Francesco Rosi, anche egli –come sappiamo- allievo di Visconti, ha ispirato la filmografia partenopea a cavallo dei due millenni.

Parafrasando il presunto antenato di Zeffirelli, Leonardo da Vinci, che affermava: “Tristo è l’allievo che non supera il maestro” viene da dichiarare che: “Tristo è il maestro che non è superato dagli allievi”.

Segno della sterilità culturale della conservazione, in ogni sua forma, è la mancanza di eredi.

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