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“Non tutti hanno pianto per la morte di Daphne e vi spiego perché”. Intervista ad Emanuel Delia

 

“Il governo maltese continua ad opporsi ad un’indagine indipendente che possa scoprire se lo stato maltese sia venuto meno ai propri doveri per impedire questo assassinio. Non sappiamo se questo succederà di nuovo domani ad un altro giornalista in quanto non ci è permesso chiedere perché questo sia successo a Daphne”. In questa frase dell’accorato intervento-appello di Emanuel Delia c’è tutta la disperazione per quello che è accaduto a Daphne Caruana Galizia e, insieme, l’orgoglio di chi non si arrende nella ricerca della verità. Lui, Emanuel, lo sta facendo da collega di Dphne insieme a molti altri. Eppure finora non è bastato a trovare né gli esecutori né, peggio, i mandanti del terribile agguato costato la morte a una delle più brave giornaliste d’inchiesta d’Europa.

Sappiamo che la fine di Daphne non è stata considerata una tragedia per tutti, anzi c’è chi ci ha “guadagnato”, giusto?

“La   sua   morte   è   stata   un   sollievo   per   tante   persone,   non   necessariamente perché ne aveva parlato nei suoi scritti oppure perché avevano letto quello che aveva scritto e non gli piaceva. Per loro era come se fossero stati liberati dalla loro coscienza. Si sentivano svincolati da quella voce interiore  che ti assilla quando sai che stai facendo una cosa sbagliata. Nel momento in cui lo specchio che Daphne aveva messo davanti alla società maltese era stato ridotto in mille schegge, loro sentivano di avere il diritto di ignorare le proprie pecche e di sguazzare nella loro avidità. Conosciamo  chi  possa   aver  tratto   giovamento  dalla   sua  uccisione. Abbiamo anche dei sospetti su chi avrebbe avuto i mezzi per compiere questo delitto. Siamo molto frustrati perché questi nostri sospetti, condivisi da tanti, non sono stati oggetto di indagine da parte delle autorità. Ma sappiamo anche che la spiegazione forense, anche se un giorno potrebbe portare alla scoperta dei mandanti di questo crimine, non potrà bastare per capire come tutto questo sarebbe potuto succedere”.

Il lavoro di Daphne si era concentrato molto sui rapporti tra la politica dell’isola e importanti capitali esteri. E’ possibile ricominciare quel racconto? E come?

“Solo pochi mesi dopo le politiche del marzo 2013, Joseph Muscat guidò a Baku in Azerbaigian, una delegazione composta dal capo di gabinetto Keith Schembri e il suo ministro per l’energia Konrad Mizzi. Muscat conosceva il dittatore di Baku, Ilham Aliyev, da tanto tempo, a partire dagli anni della cosiddetta diplomazia del caviale, quando Joseph Muscat era un parlamentare europeo e Ilham Aliyev incantava politici di serie B con la sua generosa ospitalità. Le   visite a Baku erano senza nessun preavviso. Escludevano qualsiasi funzionario  permanente,  come   anche  la  stampa.  In   seguito  Konrad  Mizzi  si sarebbe   intromesso   direttamente,   per   costringere Malta a comprare combustibili dall’Azerbaijan, a prezzi più alti di quelli dettati dal mercato. Ha firmato anche un contratto con un’impresa che opera in campo energetico, che  poi avrebbe costruito la  nuova centrale   alimentata a gas. Un terzo di questa compagnia è proprietà della SOCAR,  l’azienda  di  energia dello stato azero. Un altro terzo appartiene a un conglomerato di aziende maltesi. L’amministratore delegato  di questo conglomerato, Yorgen  Fenech, possiede una società offshore a Dubai dal nome ‘17 Black’. I  Panama Papers avrebbero rivelato che  17 Black  e un’altra società offshore  a Dubai  di cui ancora non conosciamo il proprietario, avrebbero pagato 5,000 dollari quotidianamente – 1.8 milioni all’anno – a due società panamensi chiamate Hearnville e Tillgate”.

Perché è difficile indagare davvero sull’omicidio della collega?

“Il governo continua ad opporsi ad un’indagine indipendente. Non sappiamo se quanto accaduto succederà di nuovo, domani, ad un altro giornalista. La  ragione per  cui  un’indagine  indipendente  viene ostacolata  è  evidente:  ci sono delle domande a cui già sappiamo rispondere. La prima è: perché Daphne non era protetta quando viveva in un pericolo così evidente? Nessuno ha protetto  la vita di Daphne Caruana Galizia perché lei era lo specchio che ha raccontato al paese questa lurida storia, un paese sequestrato da una banda di criminali. Alle due e mezza del pomeriggio, di quel caldo pomeriggio del 16 ottobre 2017, lo specchio disse le sue ultime parole: ‘Ci sono ormai corrotti ovunque si volga lo sguardo. La situazione è disperata’. La sua disperazione fu messa a tacere solo 30 minuti più tardi. La nostra era appena cominciata”.

 

 

 

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