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Assange e i giornalisti trattati come spioni

 

Giro di vite governativo sul primo emendamento, minaccia verso i whistleblowers, utilizzo di una legge di guerra: tutto per vendicarsi di chi ci ha raccontato la verità sulla guerra sporca in Iraq e Afghanistan

I giornalisti danno fastidio. ‘Certi’ giornalisti, mica tutti. Ma non sapevamo che potessero essere trattati come degli spioni. Eppure è questo che fa l’amministrazione americana decidendo di mettere Julian Assange sotto accusa per il lavoro di inchiesta pubblicato dal sito Wikileaks in cui l’organizzazione no-profit denunciò nel 2010 le atrocità della guerra in Iraq e Afghanistan. Compresa l’uccisione di giornalisti ripresa nel famoso video “Collateral Murder” in cui i piloti di un elicottero da guerra Apache ridono mentre sparano su un piccolo gruppo di civili.

Incriminato negli Stati uniti sulla base dell’Espionage Act del 1917, l’editor in chief del sito pro-trasparenza e anti-corruzione rischia dieci anni di carcere per ognuno dei 17 capi di accusa che gli sono contestati dal DoJ, il Department of Justice americano “per avere cospirato” al fine di ottenere e pubblicare informazioni classificate con la collaborazione attiva dell’ex analista dell’intelligence militare Chelsea Manning.

La loro colpa più grande? “Condividere l’obiettivo comune di sovvertire le restrizioni legali sulle informazioni riservate” e “causare un grave e imminente rischio per delle vite umane” facendolo. La prima accusa potrebbe essere vera, ma i tribunali devono dimostrarlo; la seconda no, come sa chi ha letto la vicenda processuale di Manning nei cui atti giudiziari è scritto a chiare lettere che la commissione che doveva indagare su quel presunto rischio non ne ha trovate le prove.

La prima sembrava un’accusa minore elevata in base alla legge sulla protezione dei computer di cui avrebbero cercato di superare le difese manomettendo una password senza riuscirci. Una storia di hacking, insomma, la cui pena massima avrebbe dovuto essere di cinque o sei anni, invece, come alcuni di noi sospettavano e hanno detto, era solo la scusa per chiedere a Londra l’estradizione e poi imputarlo con altri capi d’accusa in grado di portarlo alla sedia elettrica.

L’11 aprile scorso Assange era stato arrestato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove era rifugiato da 7 anni, per violazione del rilascio su cauzione e non essersi presentato ai giudici temendo per la sua vita, ma subito era trapelata la notizia di un mandato di arresto americano coperto da segreto.

Era stato detto che la richiesta di estradizione irrogata dai procuratori federali di Alexandria, in Virginia, fosse basata sul Computer Fraud and Abuse Act (CFAA) del 1986. Però la legge ha un tempo di prescrizione di 5 anni e quindi Assange e Manning avrebbero dovuto già esserne fuori. Non ci stupisce perciò che oggi l’accusa sia diversa e basata su una legge del 1917, l’Espionage Act, mentre l’invocazione della CFAA usata per convincere l’attuale presidente ecuadoriano Lenin Moreno a toglierli ogni protezione, si è rivelata per quello che era: un grimaldello per delegittimare l’hacker, matematico, giornalista ed editore australiano e costituire un precedente, e una minaccia, contro ogni altro whistleblower.

News Gathering. Hacking non riuscito a parte, però la richiesta, la ricezione, l’analisi di informazioni, anche riservate, è news gathering, in gergo, raccolta di informazioni, come sa qualsiasi giornalista. Come ha detto l’ex portavoce del Ministro della Giustizia di Obama: “Una cosa è incriminare un impiegato governativo, un’altra indiziare chi pubblica o sollecita informazioni governative dal di fuori, che è quello che i giornalisti fanno sempre.”

La stessa posizione l’ha espressa Dean Baquet, premio Pulitzer e direttore responsabile del The New York Times: “Ottenere e pubblicare informazioni che il governo vuole manternere segrete è vitale per il giornalismo e la democrazia. Le accuse (ad Assange, ndr) sono il tentativo del governo di controllare quello che agli americani è permesso di sapere.”

è per questo che stanno massacrando Assange: attaccando lui attaccano ogni giornalista e la funzione di watchdog della stampa. Però non hanno il coraggio di dirlo e per questo sguinzagliano i detrattori di Assange, quelli che, sbagliando, pensano sia stato il servo stupido di Mosca che ha favorito la vittoria di Trump pubblicando le email della Clinton (qui i 17 capi di imputazione non c’entrano), e allora dicono che non è un giornalista; e poi lo attaccano come hacker, affermando che non è neanche un editore. Ma se lui non è un editore lo sono quelli che hanno pubblicato le sue storie: come ha ricordato Seymour Hersh, il giornalista investigativo che ha denunciato il massacro di My Lai in Vietnam : “Oggi incriminano Assange, domani, forse, il New York Times e quelli che hanno pubblicato le informazioni fornite da Assange.” Oppure: “è come se il Times e il Post fossero accusati di aver pubblicato i Pentagon Papers (sulla guerra sporca in Vietnam, ndr),” ha detto Alan Dershowitz, l’avvocato che difende la CNN in casi simili. Secondo Ben Wizner dell’Associazione americana per le libertà civili, “Il governo ha intentato accuse penali contro un editore a causa della pubblicazione di informazioni vere. Questo stabilisce un pericoloso precedente che potrà essere usato per colpire tutte le organizzazioni giornalistiche ritenute responsabili dal governo.”

Quando l’Espionage Act nel 1973 fu usato contro Daniel Ellsberg per la rivelazione dei Pentagon Papers, ci fu a un’epica battaglia per il diritto a pubblicare informazioni coperte da segreto di Stato, una battaglia vinta per la libertà di stampa. Bisogna rifarla.

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