Sei qui:  / Opinioni / L’arroganza intimidatrice della ‘Ndrangheta che impone il silenzio pure ai magistrati 

L’arroganza intimidatrice della ‘Ndrangheta che impone il silenzio pure ai magistrati 

 

L’arroganza mafiosa non conosce confini e limiti. La ‘ndrangheta si sente così forte da poter minacciare un magistrato anche durante un’udienza. Le urla del presunto boss vibonese Pantaleone Mancuso, detto Scarpuni, contro il pubblico ministero Marisa Manzini – oggi procuratore aggiunto a Cosenza – hanno risuonato nelle orecchie di tutti. E nessuno può dimenticare quella frase: “Stai zitta ca parrasti assai”. Tutto mentre si stava svolgendo una pubblica udienza. A distanza di due anni di quella minaccia che è costata anche un rafforzamento della protezione attorno al procuratore Manzini, che già da anni vive sotto scorta. Una vita blindata da quando ha lasciato il Nord, da cui proveniva, per venire in Calabria a combattere la ‘ndrangheta. E dopo tanti momenti difficili, questo è sicuramente uno di quelli che non dimenticherà mai. Tanto da dedicare un libro scritto di recente dalla dottoressa Manzini che parte proprio da quell’episodio per raccontare la forza della parola per i boss e come soltanto spezzando il silenzio si può cercare di affrontare l’arroganza mafiosa. Adesso, nei giorni scorsi, la Procura di Salerno ha chiesto il rinvio a giudizio per Pantaleone Mancuso per oltraggio a un magistrato in udienza”. Il presunto boss è attualmente detenuto e condannato all’ergastolo nel processo “Gringia” perché ritenuto il mandante di alcuni omicidi compiuti dal clan Patania di Stefanaconi nell’ambito della guerra di mafia contro i Piscopisani e il gruppo Bartolotta-Calafati, sempre di Stefanaconi. Faide di ‘ndrangheta nell’entroterra vibonese. Il reato contestato, ora, a Pantaleone Mancuso è aggravato dalle modalità mafiose. Che un boss rischia il processo perché ha minacciato pubblicamente un magistrato è ancora una volta il segnale dell’escalation criminale della criminalità calabrese, che sta rafforzando il proprio potere all’estero ancora più del passato. Era il 16 ottobre del 2016 quando nel nuovo palazzo di giustizia di Vibo Valentia, nel corso del processo “Black money”, Pantaleone Mancuso, collegato in videoconferenza dal carcere dell’Aquila, aveva chiesto ed ottenuto dal Collegio di rendere dichiarazioni spontanee dopo l’escussione del collaboratore di giustizia Andrea Mantella. Ed è in quel momento che ha cominciato ad attaccare il pentito dandogli del bugiardo e criticando la pm Manzini che lo aveva creduto. A quel punto, il pubblico ministero aveva cercato di bloccarlo facendo il suo lavoro di pubblica accusa in udienza, ma a nulla è servito a frenare la rabbia del presunto boss che ha iniziato a urlare di “stare zitta”. Perché la ‘ndrangheta ha capito la forza delle parole e quanto possa essere dirompente il coraggio di parlare, di raccontare e di squarciare il velo di omertà.

TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE