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Elezioni in Abruzzo, il day after. Salvini e la Lega, i vincitori, pensano già al voto in Sardegna e alle Europee

 

Il M5S, sconfitto, si divide. Il centrosinistra a metà del guado: coalizione larga, ma con o senza simbolo Pd?

Di Beppe Pisa 

Gioia e timori. La Lega accoglie con entusiasmo il risultato “eclatante” in Abruzzo, prima Regione del centrosud in cui l’ormai ex partito di Umberto Bossi sfiora il 30 per cento, non senza preoccupazioni per l’impatto che il dimezzamento dei consensi del M5s potrebbe avere sul governo. Il giorno dopo la vittoria del candidato del centrodestra, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Marsilio, Matteo Salvini festeggia il risultato del suo partito, passato in meno di un anno dal 12% a oltre il 27%. Ma il segretario leghista è preoccupato per il crollo dell’alleato di governo, sceso sostanzialmente dal 41 a sotto il 20 per cento. E di eventuali rivendicazioni che l’ala più ortodossa del Movimento, che da sempre lamenta un appiattimento delle posizioni di governo su quelle salviniane, potrebbe avanzare sul suo primo interlocutore, Luigi Di Maio. Il giorno dopo il voto in Abruzzo è stato convocato un vertice di governo, per affrontare diversi nodi che dividono i due partiti, i più spinosi Tav e Diciotti, in uno scenario post manovra, inaspettatamente per il leader leghista, ad altissimo tasso di litigiosità. Salvini ripete comunque come un mantra quello che già andava dicendo in campagna elettorale e cioè che la vittoria in Abruzzo è confinata all’Abruzzo e non avrà quindi conseguenze sul livello nazionale. I leghisti non vogliono al momento sentir parlare di rimpasti o di cambio degli equilibri. Non andiamo a rischiare una lite per un posto in più da sottosegretario e neanche da ministro, insistono. Così come – nessuno lo dice a microfoni aperti ma tutti lo pensano – non vi è un leghista che creda nel ritorno della coalizione di centrodestra a livello nazionale, anche se tutti sottolineano come si lavori bene a livello locale.

Giovanni Legnini, il candidato di centrosinistra, giunto secondo, spiega il risultato del Pd e delle liste collegate

“Dalla sconfitta alla speranza del centrosinistra in Abruzzo”. Con queste parole Giovanni Legnini ha sintetizzato il risultato della coalizione uscita sconfitta dalle elezioni regionali abruzzesi, nella conferenza stampa tenuta a Palazzo dell’Emiciclo a L’Aquila. “Il nostro risultato nella sconfitta – ha detto Legnini – può essere letto come deludente, ma è apprezzabile, perché il progetto politico porta ad un più 12% rispetto alle passate elezioni politiche. La nostra proposta politica è valida, oltre che per l’Abruzzo anche per l’Italia, a condizione che si provveda a strutturare il centrosinistra attraverso le doverose alleanze con progressisti, liberali ed appartenenti al mondo civico. Il Partito Democratico da solo non può bastare ed in questa nuova dimensione deve rilanciare la sua funzione”. Inoltre, Legnini apre una polemica sull’attribuzione dei seggi da parte del Viminale. “I dati sugli eletti diramati dal Viminale non costituiscono un’ufficiale distribuzione dei seggi, a me sembra debba essere interpretata la legge regionale, perché trovo singolare che la nostra coalizione, arrivata seconda e che ha il 13 per cento in più, abbia due consiglieri in meno del Movimento Cinquestelle”. Legnini ha invitato all’interpretazione “non violando il principio costituzionale della uguaglianza del voto”. “Non si possono distribuire meno seggi a chi ha perso”, ha detto ancora Legnini in riferimento al fatto che il centrosinistra ha avuto circa 183mila voti conquistando 5 seggi e il Movimento Cinquestelle circa 118mila con 7 seggi conquistati.

Gli sconfitti: il M5S e le reazioni al risultato negativo in Abruzzo

Serve una riflessione seria e un cambio di rotta. Ma anche un dialogo “piu’ rassicurante” con la gente per bilanciare il peso ormai preponderante di Matteo Salvini. E’ quanto pensano molti tra i 5 stelle all’indomani del deludente risultato ottenuto alle elezioni regionali in Abruzzo, quel 19,5% che brucia rispetto al boom delle ultime elezioni politiche, quando il 4 marzo 2018 M5s riuscì a conquistare il 39,9%. Calo che, seppur più contenuto, si registra anche rispetto alle ultime regionali abruzzesi del 2014: in quell’occasione i 5 Stelle, infatti, ottennero il 21,36%. Ma numeri a parte – dentro M5s si ricorda che le elezioni regionali tradizionalmente non premiano il Movimento – tornano in primo piano alcuni temi tabù: in primis il nodo alleanze su cui, spiegano fonti parlamentari 5 Stelle, non si vuole cambiare idea perché “troppo rischioso” aprire a liste civiche nelle quali “non sai mai chi trovi, quali ‘portatori di voti’ che si spostano da una parte all’altra”. Semmai, spiegano le stesse fonti, si potrebbe ragionare su un discorso opposto: “pensare di fare una legge che stabilisca che un candidato possa essere appoggiato da una sola lista e non da 8 liste come accade oggi” viene spiegato. Anche se tra i 5 Stelle non manca chi vorrebbe prendere in considerazione l’idea di alleanze locali per “non rischiare sempre di restare fuori da tutto”. C’e chi esprime qualche perplessità anche sul ruolo di Alessandro Di Battista che con i suoi interventi da ‘battitore libero’ finora non ha spostato più di tanto nel consenso elettorale, viene sottolineato. Di sicuro in molti sono convinti che bisogna fare autocritica per capire i punti deboli della strategia politica del M5s, in ‘sofferenza’ dopo 8 mesi di governo con la Lega, e per “intercettare i bisogni e le aspettative delle persone”. Qualche deputato neoeletto riconosce al Movimento “basi e ideali” ma sprona a relazionarsi con tutte le componenti della società, “molte delle quali – spiega la stessa fonte – sono disorientate per mancanza di riferimenti”. Non bisogna far cadere nel vuoto il ‘campanello d’allarme’ rappresentato dal voto in Abruzzo, è il monito che arriva praticamente da quasi tutti. Qualche parlamentare vorrebbe un’assemblea congiunta per parlarne ma, secondo quanto si apprende, al momento non è prevista. Mentre martedì sera dovrebbe esserci un momento di confronto tra Luigi Di Maio (che non ha ancora commentato i risultati elettorali), i ministri M5s e i capigruppo di Camera e Senato. Si tratta dell’usuale riunione del martedì sera che alla luce però del voto abruzzese, avrebbe una rilevanza significativa.

L’analisi dei flussi elettorali. I sondaggisti divisi

Sondaggisti uniti nel certificare la perdita di consenso del M5S in Abruzzo, ma divisi su chi si sia accaparrato i consensi in fuga dai pentastellati. C’e’ chi, come Nicola Piepoli, sostiene che i voti di M5S siano finiti in buona parte al Partito democratico e alle liste civiche ad esso agganciate grazie alla presenza in campo di Giovanni Legnini. D’altra parte, l’Istituto Cattaneo registra uno smottamento di voti consistente a favore della destra (con Marsilio a raccogliere consensi dei pentastellati) simmetrico a un ritorno ‘a casa’ nel centrosinistra. “Di sicuro – sostiene Renato Mannheimer – si riscontra una certa delusione degli elettori verso M5s, che si sta dimostrando più di protesta: ciò li porta a guardare alla Lega, che invece si presenta come un partito di decisori, un partito del fare”. Per l’Istituto Cattaneo, che ha analizzato i voti espressi a Pescara ed a Teramo, il M5s è certamente lo sconfitto di queste elezioni perché perde voti (in valore assoluto e in percentuale) non solo rispetto all’exploit del 4 marzo ma anche rispetto alle regionali di cinque anni fa: “segno di una incapacità di radicamento territoriale. Potremmo dividere gli elettori cinquestelle del 4 marzo in quattro gruppi. Ci sono i fedeli, che rinnovano il voto per il proprio partito. Ci sono i disillusi, che passano all’astensione (28% a Pescara, 17% a Teramo)”. E poi “ci sono i traghettati (22% a Pescara, 34% a Teramo), che passano al centrodestra, conquistati probabilmente dal dinamismo dell’azione politica dell’alleato-concorrente di governo Matteo Salvini”. Nicola Piepoli vede un centrodestra “rafforzato, anche se non ha beneficiato di grandissimi trasferimenti di voti”, sottolineando che i voti che erano usciti dal Pd verso il M5S sono tornati in buona parte a casa, grazie alla candidatura di Giovanni Legnini”.

Più fedele, invece, l’elettorato del Pd delle politiche che, nel 77% dei casi, ha votato Legnini. Chi non lo ha fatto si è astenuto (il 13% a Pescara) o ha scelto Marsilio (16% a Teramo). Si sarebbe invece arrestata l’emorragia di voti Pd verso il M5s. Più prevedibile, invece, il comportamento degli elettori di Lega e Forza Italia che hanno votato Legnini oppure si sono astenuti (consistente, infatti, è stato il calo dell’affluenza fra le politiche e le regionali), estremamente limitati sono infatti i flussi in uscita verso Legnini o Marcozzi. I flussi elettorali sono gli interscambi di voto avvenuti fra i partiti nel corso di due elezioni successive: si stratta di stime statistiche che servono soprattutto a evidenziare delle tendenze, che vanno interpretate tenendo presente che per il voto regionale si mischiano sia motivazioni di carattere locale, sia considerazioni legate al giudizio sul governo nazionale.

Da jobsnews

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