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Cattolicesimo e politica, storia di una strumentalizzazione

 

di Fausto Tortora. Architetto, sindacalista, organizzatore culturale, già presidente della cooperativa Com-Nuovi Tempi

Questo giornale (che ha quasi mezzo secolo di vita, se si contano gli antecedenti che hanno dato vita a questa testata: Com, Nuovi Tempi, CNT) vanta una continuità di interessi e di contributi analitici sulla cosiddetta “questione cattolica”. Al riparo di questa legittimazione, vogliamo riprendere il filo di questa riflessione, ben consci che ci stiamo avventurando in una terra incognita. Con questa formula, “questione cattolica”, si è inteso il particolare rapporto che, dalla fine della Seconda guerra mondiale, si è instaurato, con diverse modalità, fra la gerarchia cattolica e il partito “cattolico” che, in Italia, si è incarnato e strutturato nel partito della Democrazia Cristiana e, prima ancora, nelle organizzazioni che hanno costituito il “mondo cattolico”. Ci riferiamo qui a tutto un sistema di associazioni e organizzazioni in grado di dare dignità e rappresentanza a pulsioni sociali provenienti dai ceti più diversi: contadini, maestri, insegnanti, studenti, donne. Tutti hanno avuto la loro sigla che conteneva la “c” di cattolico o cristiano o, se non l’avevano come la Cisl, era perché il suo gruppo dirigente era parte stessa del gruppo dirigente del partito. Questo valeva anche per la Coldiretti. D’altro canto, sul versante della Chiesa cattolica romana, Alberto Melloni parla «dell’incapacità del cattolicesimo italiano a pensare il vangelo al di fuori della politicizzazione della fede». Si potrebbe aggiungere a questo giudizio, che le vicende storiche di questo Paese hanno ristretto la platea della potenziale classe dirigente e le occasioni della sua formazione politica (come dimostrano anche le vicende dei nostri giorni), senza poter quindi prescindere da quelli che venivano formati nei seminari, nelle esperienze formative delle Acli, dell’Azione cattolica o dell’Agesci. Questo “sistema” ha retto, con alterne vicende, fino al pontificato di Paolo VI. In concomitanza con la stagione dei movimenti cinquant’anni fa, tutto ciò è andato in crisi. A poco è valso il sistema repressivo sperimentato dalla CEI e da uomini come Benelli o Ruini. Il partito già “cristiano” si è dissolto, dopo essere passato per il filtro “popolare” e aver evidenziato la sua trama di potere, anche in rapporto ai privilegi ecclesiastici (Concordato soprattutto); il sistema di legittimazione del personale politico che veniva vagliato nel pianeta delle organizzazioni collaterali e poi “benedetto” dalla gerarchia è in frantumi. Se ancora, fino a Wojtyla e Ratzinger, permanevano nella società italiana spezzoni e “poteri” in grado di esercitare influenze e far valere opinioni coerenti con una dottrina in qualche misura ortodossa, oggi con il papato di Francesco assistiamo a un totale rovesciamento di prospettiva.

Non si può più, quindi, parlare di protagonismo del sistema cattolico italiano. Che si proteggeva e legittimava attraverso uomini e istituzioni che hanno fatto sempre barriera rispetto all’obiettivo della laicità dello Stato, che ha praticato continue interferenze sulla legislazione, sia in funzione ideologico-valoriale, sia per mero interesse materiale.

Oggi dobbiamo fare i conti con un personale politico di nuova formazione (o di nessuna formazione), che tuttavia si appropria di simboli e parole che nella Chiesa di Francesco hanno via via perso valore e significato identitario. Così il vice premier Salvini, non pago di rosari agitati in piazza, intervistato l’8 dicembre a proposito della strage di giovani nella discoteca di Corinaldo, apre il suo intervento ricordando che l’accaduto si è verificato in coincidenza della festa
dell’Immacolata Concezione. O il Presidente del Consiglio vola a san Giovanni Rotondo ed esterna la sua devozione a
padre Pio, uno dei santi più popolari e populisti d’Italia. E bisognerebbe davvero fare una riflessione sui motivi del perché
questo sia il vero patrono d’Italia (altro che Francesco o Caterina da Siena), per molti automobilisti, camionisti, parroci di
periferia, piccoli commercianti e contadini. Al Nord come nel Meridione d’Italia. Ma tutto questo non è folklore. Il discorso
pronunciato dal leader della Lega in piazza del Popolo a Roma costituisce una innovazione istituzionale (se così si può
dire) con la richiesta rivolta alla piazza di una delega, “a nome di sessanta milioni di italiani”, per trattare con l’Unione Europea, che fa tabula rasa di istituzioni, partiti, sindacati e altri corpi intermedi. Se la Chiesa cattolica deve compiere fino in fondo il processo di recupero del Vangelo come istanza profetica, e per far questo deve riformare profondamente presbiteri e fedeli, uno sforzo altrettanto titanico è richiesto a una società civile oggi smarrita e affascinata da parole d’ordine, che affrontano i problemi di una società complessa e globalizzata, con ricette che fanno appello agli egoismi declinati in tutte le dimensioni: da quello individuale a quello nazionale.

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