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Trump, candidato atipico delle destre religiose

 
intervista a Pasquale Annicchino; European University Institute di Fiesole, Fondazione Bruno Kessler.

[intervista a cura di Marzia Coronati]

Nell’ambito della trasmissione radiofonica di Confronti in onda sulle frequenze di Radio Beckwith evangelica (www.rbe.it) abbiamo intervistato degli esperti dei legami fra diritto, religione e politica internazionale.

Qual è stata nel 2016 l’influenza dei movimenti del conservatorismo religioso statunitense sull’elezione di Trump?                                                                                                                                                                                      Tutti gli studi confermano che c’è stata un’importante influenza del conservatorismo evangelico e di un certo cattolicesimo: oltre l’80% degli evangelici ha votato per Trump. Il discorso di Donald Trump alla Liberty University ha sancito l’abbraccio tra lui e la gran parte del conservatorismo evangelico, eppure Trump, per la sua biografia, non incarna i valori che il conservatorismo evangelico mainstream vuole proporre e difendere.

Cosa è cambiato con Trump?
Trump è il primo presidente che rappresenta una figura peculiare, sia a livello politico che personale, ambiguità che si incarnano nella biografia, nel linguaggio e nel modo di essere. Ciononostante è stato votato da gran parte del conservatorismo religioso. Questo anche perché una vittoria del partito democratico e di Hillary Clinton sarebbe stata devastante ai fini degli obiettivi politici del conservatorismo religioso. Perciò meglio abbracciare Donald Trump che magari non condivide in toto quei valori ma li supporta politicamente.

Cosa sta ottenendo il conservatorismo religioso con la presidenza Trump?
La destra religiosa ha già ottenuto molto: la nomina del giudice Kavanaugh alla Corte Suprema; conquiste rispetto alle leggi anti discriminatorie; un potenziamento delle azioni a promozione e difesa della libertà religiosa per quel che riguarda l’azione esterna degli Stati Uniti; ma soprattutto il riconoscimento da parte di Trump del ritorno di un certo linguaggio. Il fatto che il presidente degli Stati Uniti dica «da oggi possiamo tornare a dirci “buon Natale” e non più solo “buone ferie”»
è una vittoria importante perché il discorso pubblico si gioca anche molto sui simboli. Inoltre ha ottenuto una rimessa in discussione alcuni diritti della comunità Lgbti e infine la possibilità che la Corte suprema possa eventualmente ribaltare la sentenza del 1973 sul diritto all’aborto. Tutto questo non sarebbe stato possibile con Hillary Clinton.

In che modo questi processi in atto negli Stati Uniti possono influenzare l’Europa?
Possiamo distinguere due livelli. C’è un’influenza indiretta dal punto di vista giuridico: una sentenza della Corte suprema statunitense non può avere un valore giuridico in Europa. Tuttavia, come è accaduto anche in Italia, ha un effetto di “autorità persuasiva”, rappresenta un parere autorevole da prendere in considerazione. In secondo luogo c’è un’influenza politica più ampia. A livello internazionale gli Stati Uniti sono un attore più influente dell’Unione europea, spesso frammentata secondo logiche nazionali e all’interno della quale non sempre c’è una posizione unitaria. Questo è un aspetto che si è visto bene nelle politiche europee di promozione e tutela del diritto alla libertà religiosa, anche in senso positivo. Basti pensare al caso Asia Bibi: se oggi molti politici europei sono attivi su questa faccenda è perché negli ultimi anni a Bruxelles c’è stato un dibattito sulla libertà religiosa influenzato anche dagli Stati Uniti.

E nel resto del mondo?
Basti pensare al Brasile. Molti movimenti del conservatorismo evangelico hanno legami forti con gli Stati Uniti e stanno gradualmente rimpiazzando la chiesa cattolica, molto indebolita in tutto il Sud America. Le elezioni di Bolsonaro sono state sicuramente influenzate dai movimenti del conservatorismo religioso.

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