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Difendere i diritti dei rifugiati Lgbt in Kenya

 
I rifugiati Lgbt in Kenya spesso mettono in atto manifestazioni pubbliche, chiedendo il rispetto dei loro diritti e della loro identità. Sono atti di grande coraggio, in una nazione in cui l’omofobia è istituzionale. In seguito a tali manifestazioni, purtroppo, i giovanissimi rifugiati subiscono minacce, insulti e aggressioni, anche da parte delle forze dell’ordine. Numerosi profughi Lgbt in Kenya sono stati colpiti con mazze, bastoni e armi da taglio, riportando traumi di notevole entità e ferite spesso profonde. La società civile internazionale in alcuni casi plaude all’ardimento dei giovani profughi e incoraggia le loro manifestazioni. In senso ideale, gli attivisti Lgbt nei campi per rifugiati sono la “prima linea” del movimento internazionale per i diritti gay. Vi è però da rilevare come essi siano in realtà isolati e particolarmente fragili di fronte all’omofobia di un’intera nazione.
EveryOne Group e i suoi difensori dei diritti umani sono sempre molto vicini ai ragazzi dei campi profughi in Kenya, ma suggeriscono loro un atteggiamento autoconservativo, che comporti un dialogo costante con l’UNHCR, le istituzioni locali e la società civile internazionale. La condizione di un profugo è delicata e ogni legittima protesta, ogni legittimo appello devono essere espressi in modo conforme alle direttive cui devono attenersi anche i responsabili dell’UNHCR. Le leggi del Kenya non sono permissive ed è vitale tenerne conto. Noi attivisti umanitari dobbiamo difendere l’incolumità dei giovani rifugiati e non indurli a buttarsi nel fuoco. Da quando i ragazzi che seguiamo hanno effettuato manifestazioni meno evidenti, non hanno più subìto aggressioni. Naturalmente esprimiamo sempre la nostra solidarietà e inoltriamo proteste in seguito alle aggressioni e alle ingiustizie istituzionali che toccano i ragazzi, ma suggeriamo sempre loro di mettere il personale UNHCR nelle migliori condizioni per assisterli. Il Kenya è una nazione difficile, con una componente di intolleranza molto sensibile. Non solo verso i gay, ma anche verso i liberi pensatori.
Repetita juvant: bisogna dialogare con le istituzioni, se si vuole ottenere risultati utili. Sappiamo che sostenere le proteste più clamorose e incentivarle suona più “attivistico”, alle orecchie dei responsabili di movimenti e associazioni, ma la vita e l’incolumità dei ragazzi che si espongono (e di quelli che invece non si espongono) vengono per noi in cima alle priorità. Abbiamo anche spiegato ad alcuni ragazzi che secondo l’articolo  37 della Costituzione keniota, ogni manifestazione deve preventivamente essere comunicata alle forze dell’ordine, le quali possono chiedere particolari accorgimenti affinché la manifestazione non causi disordini. Una manifestazione non autorizzata è considerata illegale. Purtroppo, inoltre, in Kenya non è ammessa alcuna manifestazione esplicitamente a favore dei diritti degli omosessuali, in quanto l’omosessualità è equiparata al reato di “indecenza”. Dunque non vi è protezione riguardo a questo tipo di manifestazioni. A sua volta, l’UNHCR può proteggere i rifugiati che manifestino per i loro diritti alla protezione, ma non può apertamente sostenere manifestazioni che non siano accettate dalle leggi locali. È ovvio che non è giusto, ma questa è la situazione giuridica in cui si trova, in Kenya, una persona Lgbt e tocca alla società civile internazionale esprimere proteste nei confronti delle leggi omofobe, con manifestazioni e picchetti davanti alle ambasciate, appelli ecc. Invece la società civile internazionale fa ben poco, offre ben poco supporto ai profughi-attivisti, mentre spesso li incita a manifestare con bandiere, slogan e cartelli.
A nostro parere, è uno scaricabarile irresponsabile e dannoso per i profughi stessi, che rischiano di essere deportati o di subire atti di repressione, arresti e detenzioni in condizioni durissime. Senza una vera assistenza legale i profughi gay in Kenya sono vulnerabili; useremmo addirittura l’espressione “carne da macello”. Ed è una triste realtà il fatto che la società civile internazionale solo raramente fornisce aiuto legale ai ragazzi, che in realtà sono lasciati a se stessi. Si deve ripensare la difesa dei diritti umani nei paesi in cui esistono leggi discriminatorie e repressive; soprattutto quella “a distanza”.
Roberto Malini, co-presidente di EveryOne Group

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