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Delirio a due. ‘After Miss Julie’ alla Pergola di Firenze

 

After miss Julie, riscrittura di Patric Marber de “La signorina Giulia” di Strindberg, nella versione originale è ambientato nella notte del 26 luglio, giorno della memorabile vittoria Labourista alle elezioni del Regno Unito. In questo primo adattamento italiano, diretto da Giampiero Solari, la vicenda viene collocata il 29 aprile 1945, a Milano, durante i festeggiamenti per la liberazione dal nazifascismo, nella cucina seminterrata di un’antica villa appartenente all’aristocrazia milanese.

Gianni (Lino Guanciale) è l’autista del padrone, promesso sposo di Cristina (Roberta Lidia De Stefano), la cuoca. A mettersi in mezzo ai due arriva la signorina Giulia (Gabriella Pession), figlia del padrone, che trascina Gianni a ballare assieme a tutti gli altri dipendenti della villa. Gianni a tratti si oppone a tratti cede alle lusinghe della giovane padrona, la quale quando non si sente soddisfatta non esita a impartire ordini perentori. La cuoca Cristina, sopraffatta dal lavoro, si addormenta e Gianni e Giulia continuano a bere a conversare. Ormai è chiaro come anche Gianni sia completamente preso dal tira e molla di seduzione proposto da Giulia; con l’aumentare dei bicchieri svuotati diminuiscono anche i freni inibitori e Gianni racconta di essersi innamorato di Giulia in tenera età, come in una sorta di amor cortese verso una donna eterea e irraggiungibile, tanto distanti sono le loro classi sociali. Sopraggiungono gli altri braccianti e per nascondersi i due si stringono l’uno all’altra abbandonandosi alla passione. La prima a svegliarsi è Cristina, che scopre il tradimento passando dalla stanza di Gianni, ma sparisce nelle sue stanze dopo una scena carica e angosciante sottolineata dai sibili e dalla distorsione degli effetti sonori.

Al risveglio dei due amanti le parti risultano invertite: Giulia da dominatrice diviene dominata, Gianni da servo diviene oppressore, violento e intimidatorio. L’autista decide che per avere un futuro dovranno fuggire assieme in Sud America. Senza contanti però è difficile andare da qualsiasi parte, e i due finiscono per litigare. Giulia qui dimostra tutta la sua fragilità mentale e crolla psicologicamente, raccontando delle sue origini travagliate e di sua madre, donna ribelle ma succube del marito. Gianni ordina a Giulia di andare a rubare dei soldi dalla scrivania nel padre; quando questa si avvia giunge Cristina che mette Gianni alle strette: si dimetteranno e andranno via non appena sarà finita la funzione religiosa alla quale si sta avviando. Partita Cristina torna Giulia, pronta a partire con i soldi sottratti al padre e l’uccellino nella voliera. Gianni convince Giulia che non potranno portarselo dietro per evitare di dare nell’occhio. Per non lasciarlo morire in mani altrui la giovane chiede a Gianni di uccidere lui la bestiola, e lui esegue, in una scena fra il drammatico e il patetico, prendendosi la vita dell’animale come già nella notte si era preso l’innocenza della ragazza: nel sangue. Torna Cristina e trova Giulia in uno stato confusionale simile al delirio, in cui invita la cuoca a partire con lei e Gianni per il Sud America. Cristina requisisce i soldi rubati e se ne va, intimando a Gianni di raggiungerla a messa.

Di nuovo soli, l’aristocratica ormai ridotta a un guscio vuoto chiede all’uomo se la morte sia l’unica via di uscita. L’autista in un primo momento tenta di dissuaderla ma, appena il campanello squilla annunciando il rientro del principale, la paura e il senso di colpa lo assalgono e lui impartisce silenziosamente la tragica direttiva che porterà la signorina Giulia a salire delle scale che la condurranno a lacerarsi la gola fuori scena. Intanto Gianni, seduto al tavolo, ascolta il campanello suonare ancora e ancora.

Uno spettacolo un po’ sottotono, in cui la feroce lotta di classe si perde fra i tormenti amorosi degli amanti. Giulia cerca l’emancipazione attraverso la libertà sessuale ma finisce per essere dominata sia mentalmente che fisicamente, come l’aristocrazia illanguidita e prossima alla fine, schiacciata dalle nuove classi emergenti. Gianni da oppresso sogna di diventare Padrone attraverso le prevaricazioni sulla giovane, ribaltando i ruoli sociali. Immagina un futuro da imprenditore in Sud America che gli permetta di trasformarsi in borghese. Gianni inoltre accusa Giulia di deferenza nei confronti del padre, ma lui stesso è vittima della pressione psicologica del padrone e dei costumi che vogliono lui pecora e il proprietario pastore. Cristina per quanto rimanga ferma all’interno della sua classe e non desideri sconvolgimenti, forse è l’unica a mantenere la dignità e una reale coscienza di sé: si rifiuta di rubare del denaro e insegue il proposito di una vita modesta ma orgogliosa.

La trovata di introdurre le scene con eco e sibili è interessante, funzionale, ma talvolta fastidiosa perchè eccessivamente prolungata.

L’intrerpretazione di Lino Guanciale e Roberta Lidia De Stefano è di buon livello; Gabriella Pession ci rende una Giulia disturbata, a tratti isterica, stendendo tinte grottesche su parti altrimenti molto drammatiche.

Il topos dell’amore e della morte, morte come liberazione dagli schemi e dalle sovrastrutture che ci opprimono, amore come un sentimento che valica i confini della ragione, sono temi cari al teatro e alla letteratura, basti pensare a “Romeo e Giulietta” o a “Madame Bovary” o ancora “Anna Karenina”. Per quanto un essere umano possa alienarsi a causa della società, la certezza della Morte e la ricerca dell’Amore (di qualsiasi tipo) sono concetti così chiari che niente potrà mai scuoterli.

Amici, non l’amore del prossimo vi consiglio: io vi consiglio l’amore del remoto. (F.Nietzche, “Così parlò Zarathustra”)

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