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Si fa buio il futuro delle emittenti televisive locali

 

Il tavolo 4.0 istituito presso il ministero dello sviluppo economico (Mise) retto da Luigi Di Maio sta affrontando il tema delle televisioni locali. E gli esiti, a quanto si sa, potrebbero essere catastrofici. Dopo 42 anni di sorti alterne, tra enfasi e depressioni ma comunque di vita reale, per la prima volta il futuro degli antichi pionieri dei media elettronici si fa buio. All’origine sta la scelta europea di prevedere l’abbandono della banda 700 dello spettro delle frequenze a favore degli operatori delle telecomunicazioni assetati di risorse tecniche per ampliare le opportunità  di una comunicazione non più limitata al telefono, bensì crossmediale. Del resto, è all’orizzonte la stagione delle connessioni 5G, la scorciatoia “mobile” della banda larga e ultralarga. Si è appena espletata la lucrosa  gara tra gli operatori. Evviva, allora? Gli smartphone sono gli utensili del millennio e stanno in cima ai desideri dei nostri corpi in perenne navigazione.

Un giorno si traccerà  un bilancio della parabola in corso, magari quando saranno rese note le conseguenze sull’inquinamento elettromagnetico. Tuttavia, perché a rimetterci devono essere proprio le espressioni locali? Non sono forse troppi ormai, spesso omologati e ripetitivi, i canali nazionali? Una moltitudine di reti ammassate di un innocente telecomando. Tra l’altro è in vigore, non abrogata, la riserva del 30% delle frequenze prevista per le emittenti locali da una lunga sequenza legislativa, riassunta dal comma 2 dell’articolo 8 del Testo unico del 2005. La quota protetta non fu pensata come un regalo. Era e rimane un aspetto cruciale del pluralismo, che significa -nella ridondante evocazione del popolo- attenzione ai soggetti attivi del territorio. Insomma, da trecento le televisioni rischiano di ridursi a meno di cinquanta. Quarta e quinta banda UHF, per stare al gergo, devono rispettare la riserva. Il tutto verrà ulteriormente complicato dal previsto switch off dovuto ai nuovi apparecchi della generazione digitale in arrivo.

E poi, parallelamente, vi è la discussione sui criteri di assegnazione dei finanziamenti previsti dall’apposito fondo, finora prelevato dal canone pagato alla Rai. Rimarrà  o verrà  tagliato come quello dell’ editoria?  Il piano nazionale delle frequenze merita, dunque, una revisione per evitare il collasso. Ministero e Autorità per le garanzie nelle comunicazioni si mettano una mano sulla coscienza, prima di assistere all’eutanasia di un sogno. La crisi del settore avrebbe ripercussioni serie anche sull’occupazione.

Dai dati raccolti in un’interessante ricerca, predisposta dall’associazione Aeranti-Corallo del luglio scorso, emerge che il comparto radiotelevisivo locale si colloca al terzo posto (dopo i quotidiani e i periodici) in termini di personale giornalistico occupato. Sarebbe preferibile che una questione così delicata uscisse da un lavoro del ministero, per diventare invece l’occasione per un dibattito pubblico. Riflettere fattivamente su come si risponde alla crescente domanda di un’informazione diversa è fondamentale, per non cedere alla ruvida tendenza accentratrice e oligarchica del sistema. Se è evidente che l’universo locale merita un ripensamento vero per non scomparire, è altrettanto chiaro che senza una strategia si impoverisce la varietà  delle voci e delle esperienze. Per qualche app di telefonino in più, un pezzo del pluralismo in meno.

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