Processo Aemilia, un’altra sentenza clamorosa

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Un’altra sentenza clamorosa, quella del processo Aemilia, conferma che la mafia c’è anche in Emilia così come nelle altre regioni del Nord e del Centro. La sentenza, di primo grado, è clamorosa per l’ampiezza delle condanne erogate e per aver dimostrato la capacità corruttiva delle mafie in un sistema economico istituzionale e politico (la “rossa emilia”), che le classi dirigenti locali consideravano al di sopra di ogni sospetto e dotato di anticorpi democratici. Gli anticorpi non hanno funzionato probabilmente perché nessuno li ha attivato. Come mai questa distrazione di massa?

Rileggendo la relazione della Commissione Antimafia del 1976 firmata da Pio La Torre e Cesare Terranova e quella del 1994, vi si trova la documentazione che le mafie (Cosa nostra, Camorra, ‘ndrangheta), già erano radicate in quei territori. Non infiltrate, ma radicate, riprodottisi e collegate alle famiglie dei territori meridionali di origine. Ancora una volta una sentenza giudiziaria che riconferma tutto ciò e il rilievo che hanno assunto nella vita economica, istituzionale, politica, sociale del Paese il fenomeno mafioso, la complessità della sua rete e la capacità di adeguamento. Rilievo non ben considerato, né al centro dell’ attenzione della classe dirigente del Paese. Il problema non è plaudire ai risultati investigativi e repressivi delle forze dell’ordine e della magistratura, ma precederli con un’ampia azione preventiva nella società, nelle istituzioni e nella politica che è mancata con i governi di centrodestra e di centro sinistra.

Perché non si attiva ancora la Commissione Antimafia? Perché persiste ancora lo scambio politico-mafioso? Perché invece di contrastare la grande evasione fiscale si condona? Perché la corruzione continua imperterrita a inquinare la vita democratica del Paese? Perché si pensa di vendere i beni confiscati, che i mafiosi si premureranno a riacquistare tramite prestanomi, anche dell’area grigia, invece di investire i soldi sottratti alle mafie nel riuso dei beni confiscati?

Domande alle quali la classe dirigente (economica, sociale e politica) dovrebbe rispondere con una forte azione preventiva di contrasto alle mafie anche per rispondere a quel mondo giovanile del Nord come del Sud (v. l’indagine sulla percezione mafiosa del Centro Studi Pio La Torre) che a stragrande maggioranza ripudia la mafia la cui esistenza imputa alla responsabilità della classe politica. E rispondere a quella gran parte dell’opinione pubblica più adulta che continua a sottovalutare, o peggio, a negarla o a considerarla solo una caratteristica meridionale.

Gli anticorpi non hanno funzionato, le mafie si sono diffuse, clonate ed esportate in Italia e in Europa e attraverso la transnazionalità in tutto il pianeta, perché accolte e ospitate da quella parte dell’economia e della politica che ne ha tratto potere e consenso.

La crisi di quest’ultimo decennio ha favorito la ricerca dei capitali mafiosi da parte di un’imprenditoria in difficoltà cosicché la diffusione territoriale delle mafie ha contribuito alla corruzione e alla diffusione dell’illegalità.

I tanti casi di scambio politico-mafioso in Lombardia, in Piemonte, in Liguria, in Emilia, nel Veneto, nel Lazio hanno illuminato i circuiti esistenti anche al Centro-Nord grazie all’area grigia e alla capacità di intermediazione dei mafiosi con gruppi di elettori. È ora di procedere anche da sinistra all’assunzione delle proprie responsabilità politiche, di governo e di opposizione.

Senza misure concrete di prevenzione politica, non delegabili alla giustizia, le mafie continueranno, nonostante l’efficace repressione, a riprodursi. Non scandalizziamoci più delle eventuale sottovalutazione dell’opinione pubblica sollecitate dalle nuove paure agitate dai populisti e sovranisti per i quali sono più pericolosi i migranti che scappano dalla fame e dalla guerra che i mafiosi che opprimono e sfruttano imprenditori e lavoratori, controllano tutti i traffici illeciti, inquinano l’ambiente, avvelenano e uccidono i giovani con le droghe. Le mafie si sconfiggono con un nuovo modello di sviluppo che assicuri a tutti i cittadini lavoro, dignità, giustizia sociale come prevede la nostra Costituzione.


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