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Nos Faltan Tres, ce ne mancano tre. La storia dei primi giornalisti assassinati in Ecuador dai narcotrafficanti

 

In Ecuador le prime vittime dei nuovi padroni del narcotraffico, sono tre giornalisti del quotidiano El Comercio: Javier Ortega, Paúl Rivas ed Efraín Segarra.
Ammazzati per una coraggiosa inchiesta condotta sul confine tra Ecuador e Colombia, dove stava esplodendo la violenza terroristica dei gruppi dissidenti delle Farc che hanno rifiutato di firmare gli accordi di pace con il governo colombiano, hanno abbandonato l’idea rivoluzionaria e sono diventati narcotrafficanti puri. E oggi trattano alla pari con i cartelli messicani.

C’è un video brutale che mostra l’esecuzione di una giovane donna trascinata fuori casa e trucidata con decine di colpi esplosi da due pistole. Sullo sfondo si sentono le urla della figlia che grida e chiama sua madre.

Quel video è un avvertimento serve a dimostrare cosa succede a chi tradisce El Guacho, il narcotrafficante che controlla il confine tra Colombia ed Ecuador, ex guerrigliero delle Farc che ha scelto la strada del traffico di cocaina e ha stretto rapporti diretti con i narcos messicani. Quella donna aveva venduto le fotografie dei corpi dei giornalisti assassinati dal gruppo di El Guacho, per questo l’hanno uccisa.

Su quel confine c’è un piccolo villaggio che si chiama Mataje e un ponte surreale sul quale c’è scritto Ecuador da una parte e Colombia dall’altro, anche se sul versante colombiano non c’è la strada, ma la giungla dove si estendono a perdita d’occhio le coltivazioni di coca. È su quel ponte che lo scorso marzo sono stati sequestrati i tre giornalisti di El Comercio Javier Ortega, Paúlo Rivas ed Efraín Segarra. Il loro ultimo contatto con la redazione è stato alle 9.30 del mattino del 26 marzo, poi il silenzio fino al comunicato con l’annuncio del sequestro firmato dal Fronte Oliver Sinisterra, il nome rivoluzionario di quando il gruppo di El Guacho ancora sognava il socialismo.

Con Fabrizio Silani siamo arrivati su quel ponte lo scorso giugno, ripercorrendo dal lato ecuadoregno la Carrettera del Pacifico, una strada nuova di zecca con la pista ciclabile, che da Mataje porta dritto alla costa di Esmeralda sul Pacifico, da dove partono continuamente piccole barche cariche di cocaina verso il mercato dell’America del nord. “Una strada fatta solo per i narcotrafficanti” ci ha detto padre Ottorino Poletto, coraggioso missionario comboniano con il quale siamo riusciti ad attraversare i posti di blocco.

È lo stesso percorso fatto tre mesi prima da Paulo, Javier ed Efrain, la troupe di El Comercio. Sequestrati a marzo e uccisi un giorno indefinito nei quattro mesi che sono seguiti prima della conferma ufficiale della loro morte.

Le fotografie mostrano i loro corpi ancora in catene, sdraiati tra la fitta vegetazione in qualche punto della giungla colombiana dove li hanno assassinati senza alcuna pietà.

Il loro giornale, El Comercio ha ancora la testata listata a lutto. Nella redazione di Quito, un grande e moderno open space, la scrivania di Javier è piena di piccoli origami con dei messaggi di solidarietà. Incontriamo il caporedattore del quotidiano Geovanny Tipanluisa che ci parla espressamente di mafia: “Prendevamo tutte le precauzioni quando entravamo nella frontiera. Sapevamo dove entrare e dove no, con chi parlare e con chi no, chi potevamo incontrare, chi ci aspettava e le comunicazioni erano costanti. Abbiamo adottato misure di sicurezza adeguate man mano che la violenza aumentava sulla frontiera. Ma poi è successo quello che è successo. Pensavamo che succedesse solo in Colombia e in Messico, stavolta è toccato a noi.”

Efrain era l’autista, ma era uno del giornale, “un giornalista come noi” dicono in redazione. Il figlio ricorda in lacrime i contatti istituzionali che hanno avuto per chiedere di fare di più: “Quando siamo andati in Colombia abbiamo parlato con il Presidente Santos e con dei Ministri. Io mi sedetti al tavolo di fronte a loro perché pensavo che fosse un’occasione unica. Ho chiesto loro se ritenevano di aver fatto tutto il possibile per salvare le loro vite. Ci fu un silenzio molto imbarazzante perché non sapevano cosa rispondere.”

Armando Prado di El Comercio, ricorda Paulo come un fotografo “attratto dagli esseri umani, dalle persone”. Sulla frontiera faceva il lavoro come lo facciamo in questo giornale: i rifugiati, le bombe che erano scoppiate, le persone cui era stata danneggiata la casa. È stato il primo fotografo che è andato lì, e anche l’ultimo perché nessuno di noi è più tornato. Penso che lo stato non abbia fatto tutto ciò che si poteva fare per salvargli la vita. Noi abbiamo fatto le pressioni che potevamo qui dalla redazione con il movimento “Nos faltan tres”, siamo andati a bussare a tante porte. Abbiamo bussato alle porte della Presidenza, ma credo che come Stato, sia quello ecuadoriano sia quello colombiano, sia mancata la volontà. Si poteva fare di più.”

I corpi di Javier, Paulo ed Efrain sono stati restituiti dopo mesi di un silenzio devastante. Sono stati accolti in Ecuador da una folla silenziosa che sin dall’inizio ha chiesto un intervento deciso per salvare la vita dei tre giornalisti. Nos faltan tres, (ce ne mancano tre) era il grido della rabbia dei giornalisti che chiedevano al governo di agire, è diventato il grido condiviso da migliaia di persone che ora chiedono giustizia.

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