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Ma quanto è difficile raccontare gli esteri in Italia

 

“Da otto anni vado in giro come reporter di guerra, tra Afghanistan, Siria e Iraq, e mi accorgo che la parola scritta vale sempre meno. Per esempio, per scrivere dalla Siria sotto le bombe, da Idlib, Jabal Akrad e Aleppo, da una delle testate per cui scrivevo nel 2012 prendevo 250 dollari a pezzo. Cifra che la stessa testata ha ridotto a soli 100 dollari nel 2014, quando lavoravo in una situazione ancora più pericolosa, sotto i barili bomba, nell’inferno di Aleppo”.

Shelly Kittleson è nata negli Stati Uniti e vive da 20 anni in Italia, ha casa a Roma ma in realtà non ci sta quasi mai. Regime di vita spartano, lavora per vivere ma soprattutto per poter ripartire, a proprie spese: in questi ultimi anni per l’Iraq, da dove scrive – nel suo asciutto e accurato stile anglosassone – per media internazionali come Al Monitor. 

Ma nei giorni scorsi era a Roma per partecipare con altre quattro colleghe al dibattito “Raccontare gli esteri al tempo della crisi e dei populismi”, organizzato da Lettera 22 nell’ambito del Salone dell’Editoria Sociale e moderato da Giuliano Battiston.

Al centro le difficoltà di scrivere e parlare di esteri sui media italiani, in un percorso a ostacoli dove gli spazi per il resto del mondo sono sempre ristretti; dove si preferiscono i racconti per stereotipi o quelli a tinte forti all’analisi ravvicinata della complessità politica e sociale: dove si privilegiano i pezzi sui conflitti dimenticando di seguirne prima le premesse e poi le conseguenze; dove si seguono le scelte della stampa ‘mainstream’ trascurando le fonti e i media locali. E soprattutto dove si investe sempre meno per garantire un’informazione in presa diretta, quella dei corrispondenti fissi e degli inviati, perfino rinunciando a presidiare Paesi che contano molto anche per l’Italia, come quelli in Africa e in Medio Oriente. Aree da dove l’informazione viene invece affidata all’entusiasmo di giovani leve free-lance, spesso pagate poco e senza coperture assicurative, e destinate a rimanere tali (ma più vecchie) anche dopo anni di professione in prima linea.

Problemi “che ha solo la stampa italiana – assicura Shelly con amarezza – ma sono sempre più diffusi anche in quella anglosassone”. Lei, come tanti altri, non va più in Siria dal 2015, “quando la Turchia chiuse i confini ai giornalisti – racconta – ma già dal 2013 molti media non pubblicavano più i pezzi dei free-lance per ragioni di sicurezza”, ossia per evitare di responsabilità  indirette di altri casi di rapimenti e uccisioni di reporter.

 “Alla fine del 2017 ero la sola giornalista occidentale ad accompagnare le forze irachene – prosegue, senza perdere il suo stile da basso profilo – quando stavano riprendendo le ultime due città ancora nelle mani dell’Isis, Al-Qaim e Rawa, nel deserto dell’Anbar vicino alla frontiera siriana. Ma per fare tutto questo ho dovuto adattarmi a dormire su scomodi divani”, ospite di amici e conoscenti locali. Oppure ha dovuto viaggiare per pochi soldi sui bus di linea o attendere pazientemente per ore il via libera ai posti di blocco, il capo coperto da castigatissimi veli neri per dare nell’occhio – donna bionda, occidentale e sola – il meno possibile.

Da tempo vorrebbe tornare in Afghanistan, dice ancora Shelly, ma non può permettersi il viaggio. Vari anni fa ad Aleppo “sono stata la prima ad intervistare alcuni afgani prigionieri delle forze di opposizione. Afgani che avevano combattuto per Assad insieme alle milizie sciite. Ma non ho mai trovato una testata che pubblicasse quel pezzo, causa le restrizioni sui freelance da parte di tante testate. Ho potuto solo accennare a quel fatto in altri articoli, uno dei quali è stato citato in un libro pubblicato di recente, e che mi è capito sottomano per caso”.  

“Certo, potrei pubblicare i miei articoli su un blog – conclude – o cederli per poco o niente, ma cosa vorrebbe dire?  Questo è il mio lavoro, e il lavoro deve essere pagato. Collegamenti radio dal posto ne ho fatti, ma anche questi spesso non sono retribuiti. Spesso servono solo a chi vuole informazioni senza pagarle”.  

Anche Lucia Sgueglia ha i suoi paradossi da raccontare. Dal 2007 al 2017  ha vissuto tra Mosca e il Caucaso, da collaboratrice esterna e firma di importanti media nazionali – “sembravano gli anni delle grandi occasioni per i free-lance all’estero”, dice con ironia – e ora ha finalmente un contratto ma a Palermo, dopo aver vinto un concorso della Rai. Un’altra vita per lei e altre occasioni di imparare, dalla quale torna oggi a parlare di Russia anche per l’esperienza di giornalismo che ne ha tratto.

Putin era  il tema obbligato, trattato con i soliti stereotipi “cui veniva ridotta la complessità di quel Paese”, ricorda. Disegnando un quadro che per chi scrive, ex corrispondente invece da Teheran, assomiglia molto a come si  parlava e spesso si continua a parlare anche di Iran.  E così “vi siete persi non qualcosa, ma molta della complessità russa” – dice Lucia rivolta al pubblico di giornalisti e lettori che affollano la sala di Porta Futuro al Testaccio – e che magari si poteva invece leggere su internet, molto più libero in Russia di quanto si pensasse”. Semplicismi informativi che ora si scontano, prosegue Lucia, “nell’epoca delle alleanze sovraniste, in cui la Russia passa come un modello politico alternativo”, ma di cui in realtà si conosce ben poco, oltre a qualche slogan. Perché se si va a scavare i valori ‘alternativi’ di cui si farebbe portatrice la Russia – avverte – sono invece quelli morali tradizionali, a partire dalla famiglia, che proprio in quel Paese sono in realtà traditi dal gran numero di divorzi e di aborti, per esempio, e purtroppo anche dalle violenze domestiche.

Occasioni di approfondimento perse dunque per il giornalismo italiano, che continua con gli stessi vizi anche ora, quando a dominare la politica e le prime pagine è il  tema delle migrazioni. “Visto che arrivano tanti minori non accompagnati dal Gambia –  rimarca ora Lucia – ci siamo mai chiesti cosa accada in quel Paese?”.  

Cosa succeda in Africa se lo chiedono per fortuna i media cattolici che si alimentano dell’informazione dei missionari sul campo, sottolinea Paola Caridi. Mentre Junko Terao, per smentire la falsa convinzione che al pubblico italiano non interessino gli esteri, mette sul campo la grande fortuna di “Internazionale”, che non ha conosciuto la crisi degli altri media – seppur grazie anche al fatto, riconosce, che non deve sobbarcarsi i costi di propri giornalisti ed inviati sul campo.

Un’altra strada possibile è infine quella percorsa da Next New Media, start-up giornalistica indipendente e multimediale fondata nel 2011 da un gruppo di giovani giornalisti e che ora lavora come agenzia per varie testate nazionali,  ha anche una divisione per la comunicazione sul web e collabora con Ong e organizzazioni internazionali.  Una scommessa vinta per il giornalismo al tempo della crisi, assicura la co-fondatrice Tiziana Guerrisi, e che,almeno per ora, funziona.

 

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