L’articolo 21 della Costituzione contro insulti e intimidazioni: torniamo a Ostia per dire #GiùLeManiDallInformazione

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Prima ancora della messa in onda sono arrivati, sui social, i post di dileggio (“arrivate tardi a scoprire che le mafie sono penetrate nelle curve”, “è una storia vecchia”, ecc.), poi, a puntata conclusa, si sono scatenati con le accuse: siete di parte, volete danneggiare la più forte squadra italiana, raccogliete voci inconsistenti (che in parte erano le stesse prese sul serio dalla procura di Torino), per esplodere negli insulti, nelle minacce dirette, nelle ripetute aggressioni verbali (ma estremamente sgradevoli, come testimoniano gli amici del Premio Morrione che a Torino erano con lui) in locali dove Federico Ruffo pensava di poter mangiare in santa pace. A Torino ma anche a Roma. Fino alla benzina gettata per tutta la palazzina fino alla sua porta di casa, e alle croci dipinte sui muri. A Ostia, ennesima azione ai danni di cronisti nel giro di un anno.

Questa è la sequenza completa degli attacchi subìti da Federico Ruffo e, con lui, da Sigfrido Ranucci e dallo stesso programma Report: è essenziale capire che c’è un filo rosso che unisce tutto, il che non significa certo che quanti hanno scritto insulti e minacce sui social o per email siano responsabili del fallito attentato all’abitazione di Federico. Se di attentato fallito si è trattato o, piuttosto, non si tratti di un avvertimento, speriamo senza un seguito.

Se c’è un nesso, e con chi e fino a che punto, è materia di carabinieri e Procura di Roma, che ha aperto un fascicolo. A noi però sta denunciare una inquietante, pericolosissima attitudine a dar la caccia al cronista che riporta notizie, racconta storie oscurate, ricostruisce passaggi, legami, interessi che non è bene ricostruire, almeno in pubblico. E non aiuta puntare l’obiettivo su gruppi ultras più o meno aggressivi, o direttamente mafiosi. La deriva è diffusa, ha oltrepassato i margini di territori e ambienti a forte spessore criminale. Lo sanno quei colleghi che “fanno domande”: spintoni anche violenti dai bodyguard di turno, domande impedite in conferenza stampa, avvertimenti anche da esponenti di istituzioni, persino della cosiddetta “accademia”, che arrivano, anche a telecamere accese, a chiamare in causa gli affetti più sacri (“si ricordi che anche lei ha una famiglia”) o altri avvertimenti per far capire come si deve comportare “un giornalista bravo”.

Ora tutti, da sinistra a destra, partecipano alla gara di solidarietà per Federico e per Report. E questo non può che farci piacere, come giornalisti e come cittadini: la politica si rende conto che passare dalle parole ai fatti è un momento e nessuno che abbia un minimo senso di responsabilità può tacere, equivarrebbe a solidarizzare con chi minaccia la vita dei cronisti e delle loro famiglie. Perché mai come oggi le parole sono pietre e se possono costruire ponti, di sicuro, se usate con odio e disprezzo, possono lapidare qualche malcapitato.

Ma ci aspettiamo di più: ci aspettiamo innanzitutto che il vicepremier Di Maio, che pure ha espresso solidarietà per Federico, riconosca pubblicamente che le espressioni usate all’indirizzo dei cronisti (“infimi sciacalli”) sono offese impensabili in bocca a uno dei massimi rappresentanti delle nostre istituzioni, e per di più a sua volta giornalista iscritto all’Ordine; ci aspettiamo che il presidente del Consiglio Conte rettifichi il suo “può capitare che, come voi attaccate violentemente, veniate attaccati violentemente con qualche affermazione lessicale che possiamo giudicare eccessiva. Ci sta”. Cosa significa “ci sta”? E cosa s’intende per “attacco violento” da parte di giornalisti che hanno riferito di vicende giudiziarie pubbliche, e non solo nel caso della sindaca Raggi? Non lo spieghi solo come capo del governo, ma anche da giurista: come dovranno interpretare  quel “ci sta” i suoi studenti universitari, futuri giuristi a loro volta, avvocati, magistrati, uomini delle istituzioni? Non ci basta più la sua rassicurazione “Non dovete assolutamente temere, non sarà mai posto in discussione un principio fondamentale di qualsiasi sistema costituzionale”. Ci mancherebbe. Bisogna anche garantire che il dettato costituzionale si traduca in Costituzione materiale, in materia viva e non pura apparenza annientata dalle pietre verbali o fisiche, dalle bocche cucite perché sotto ricatto dei 3-9 euro a pezzo, dalle conferenze stampa senza domande, dai comunicati via tweet e dalle dirette streaming senza contraddittorio.

E infine, si è espresso anche il ministro dell’interno Salvini: “Solidarietà piena e incondizionata al collega giornalista Federico Ruffo per la vigliacca intimidazione subita. Da ministro garantisco, come sempre, il massimo impegno per individuare i responsabili”. Dichiarazione importante a cui il ministro può far seguire qualcosa di più concreto: da oltre un anno è attivo il Centro di Coordinamento delle attività di monitoraggio, analisi e scambio permanente di informazioni sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti dei giornalisti. Un tavolo tecnico tra Viminale e organizzazioni dei giornalisti che pochi giorni fa si è nuovamente riunito presso la sede della Polizia criminale a Roma. Al ministro chiediamo di condividere il nostro invito alla polizia postale a indagare al più presto sui mandanti della campagna d’odio cominciata da tempo via web ai danni di tante croniste e cronisti bersagliati da insulti e minacce che rendono difficile anche la loro quotidianità domestica. E metta fine una volta per tutte alle polemiche sulle scorte a quanti corrono rischi seri e accertati dagli organi inquirenti, ne va della libertà di informare sul crimine organizzato che inquina economia e società nel nostro Paese.

Da parte sua Articolo21 con Fnsi e UsigRai chiede un incontro alla prefettura di Roma sulla vicenda delle aggressioni ai cronisti su litorale romano: Federica Angeli, Daniele Piervincenzi, Giorgio Mottola, la troupe de La7 a cui hanno tagliato i copertoni, e ora Federico Ruffo. Non è l’unico quartiere diventato terra bruciata per i cronisti, ma è paradigmatico delle nuove dinamiche che legano criminalità organizzate, ultras, gruppi di estrema destra. E a Ostia convochiamo al più presto un presidio in difesa dei colleghi e della cittadinanza di Ostia che, con l’associazione antimafia #Noi, ha avviato una mobilitazione permanente per liberare il quartiere da mafie di ogni tipo e difendere la libertà di espressione e di informazione da ogni condizionamento.

Non è un caso che, per la quinta volta in pochi mesi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sia intervenuto a difesa della libertà di stampa: «ha un grande valore, perché, anche leggendo cose che non si condividono, anche se si ritengono sbagliate, consente e aiuta a riflettere». Un richiamo che editori e giornalisti, per una volta tanto uniti, rilanciano oggi, con una pagina in cui sarà riportato l’articolo 21 della Costituzione italiana. Un segnale che non rinunceremo a fare il nostro dovere, se ne faccia una ragione chi vorrebbe proprio abolire il dovere, prima che il diritto, d’informare i cittadini.


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