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Tagli al Fondo per il pluralismo, anche gli editori alzano la voce

 
File e Alleanza delle cooperative italiane comunicazione intervengono alla vigilia della discussione sulla risoluzione inserita nella nota di accompagnamento al Def in cui, fra le altre cose, si impegna il governo ad un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo: «Una grave minaccia alla libera informazione. A rischio 10mila posti di lavoro», ammoniscono.
Domani, martedì 16 ottobre 2018, la commissione Bilancio della Camera dei Deputati discuterà una risoluzione di maggioranza inserita nella nota di accompagnamento al Def in cui, tra le altre cose, si impegna il governo ad ‘un graduale azzeramento a partire dal 2019 del contributo del Fondo per il pluralismo, quota del Dipartimento informazione editoria’.

Decisione che ha già suscitato polemiche e la presa di posizione dei giornalisti ai quali si associano anche gli editori raggruppati nella File (Federazione Italiana Liberi Editori) e nell’Alleanza delle cooperative italiane comunicazione.

«Si tratta – spiega un comunicato della File – di un argomento che non rientra in quelli contenuti nel contratto di governo tra Lega e M5S. E si tratta di una minaccia grave alla libera informazione locale che va ad esclusivo vantaggio dei grandi gruppi editoriali, che non beneficiano di alcun contributo diretto da parte dello Stato ma solo di alcuni sgravi (sulle spese telefoniche e di collegamento ad internet, sulle spese postali e sull’Iva) che non rientrano nel Fondo per il pluralismo che si vuole azzerare».

La File precisa poi «alcune cose che pochi conoscono». Ecco di seguito l’elenco:

1) Il fondo per il pluralismo dell’informazione oggi è un Fondo unico che ogni anno deve essere ripartito in parti uguali tra ministero Industria e Sviluppo Economico (per i contributi a radio e tv locali) e Dipartimento editoria della Presidenza del Consiglio (per la carta stampata). La mozione chiede l’azzeramento solo della seconda parte, lasciando in vita i contributi a radio e tv locali, gestite (a differenza della carta stampata) da imprenditori privati e non da cooperative ed enti morali no profit.

2) Nel 2017 il fondo destinato alla carta stampata ammontava a circa 50 milioni di euro, ed è in costante diminuzione a causa della progressiva chiusura di testate. Meno di un euro pro-capite all’anno. Un’inezia nel bilancio dello Stato.

3) A beneficiare di questo fondo sono solo testate edite da cooperative di giornalisti o da fondazioni o enti morali, comunque senza scopo di lucro e con l’obbligo in statuto di non dividere eventuali utili.

4) Nessun grande giornale riceve questi contributi, né Repubblica, né il Corriere della Sera né la Stampa, il Messaggero, il Mattino eccetera. Anzi, i grandi gruppi editoriali e la Fieg sono sempre stati contrari a questi contributi che alimentano centinaia di piccole testate i cui lettori e il cui bacino di pubblicità fanno gola proprio ai grandi gruppi, sempre più in crisi di copie e di inserzionisti. Gli unici a brindare per un eventuale azzeramento del fondo per l’editoria sarebbero proprio loro: i grandi gruppi editoriali.

5) A beneficiare di questo contributo sono solo cinque quotidiani a tiratura nazionale (in quanto editi da cooperative o da fondazioni o da enti morali): Libero, Avvenire, Italia Oggi, il Manifesto, il Foglio. Ci sono poi decine e decine di quotidiani provinciali o regionali come il Roma-Giornale di Napoli, il Corriere di Romagna, la Voce di Rovigo, Cronache Qui Torino, Latina Oggi, Ciociaria Oggi, Il Quotidiano del Sud, il Crotonese, Taranto Buonasera, il Sannio eccetera eccetera. Quotidiani che garantiscono una capillare informazione di prossimità, vicina ai territori e ai cittadini (la maggior parte di questi quotidiani sono associati alla File, Federazione italiana liberi editori). Infine, beneficiano del contributo pubblico oltre un centinaio tra settimanali e mensili di stampo cattolico, editi da diocesi e parrocchie (la maggior parte dei quali associati alla Fisc, Federazione italiana stampa cattolica).

6) Questi piccoli giornali hanno un’altissima intensità di occupati, giornalisti, poligrafici e tecnici. Organismi di categoria hanno calcolato che tra i dipendenti diretti e quelli dell’indotto (edicole, distribuzione, tipografia, collaboratori, agenzie di service eccetera) siano in gioco circa diecimila posti di lavoro. Come è noto, le piccole aziende editrici non possono stare da sole sul mercato, perché il mercato dell’informazione, e in particolare della pubblicità, non tollera i soggetti di dimensioni minori. La sopravvivenza di questi giornali dipende, quindi, dal sostegno pubblico, ossia dall’intervento pubblico che riequilibra il deficit di mercato. Del resto questo è vero per tutto il settore della cultura, dell’arte e dello sport, dove i soli ‘tickets’ non permettono la sopravvivenza di teatri, balletti, musei, biblioteche eccetera. E questo accade in tutto il mondo, non solo in Italia, tant’è vero che tutti gli Stati occidentali hanno forme di finanziamento pubblico alla cultura e all’editoria.

7) L’azzeramento dei fondi all’editoria porterebbe alla chiusura di queste centinaia di testate e comporterebbe nell’immediato, come primo risultato, un deficit di libera informazione in decine e decine di province italiane. Inoltre, comporterebbe la perdita di migliaia di posti di lavoro, con un notevole costo a carico dello Stato prima come ammortizzatori sociali e poi come eventuale reddito di cittadinanza. È plausibile pensare che il costo per lo Stato sarà molto superiore all’entità dei contributi finora erogati, senza contare poi il costo sociale e culturale di un simile terremoto nell’editoria italiana.

Precisati questi «incontrovertibili dati di fatto», conclude la File, «ogni forza politica si assuma di fronte al Paese la responsabilità delle proprie scelte, dei propri voti in Parlamento e delle decisioni che verranno prese, consapevole delle conseguenze che queste scelte comporteranno in termini di libertà di informazione e di posti di lavoro persi».

Contri «tagli indiscriminati di risorse del fondo per il pluralismo e l’innovazione dell’informazione» si scagli anche l’Alleanza delle cooperative italiane comunicazione, che lancia la proposta al sottosegretario Crimi e al governo «di avviare subito un tavolo di confronto con tutte le categorie impegnate nella filiera editoriale dell’informazione per ricercare, a partire dalla legislazione attuale, nuovi possibili miglioramenti sul terreno del rigore, della trasparenza e dell’innovazione».

La legge sull’editoria, spiega in una nota l’Alleanza delle cooperative, «ha certamente ancora molte cose da migliorare, ma rappresenta un primo punto fermo da cui partire», anche perché «ha per ora positivamente avviato un diverso meccanismo in grado di dare alle realtà cooperative e alle altre realtà non profit che abbiano legittimamente titolo di accesso al Fondo una nuova opportunità di programmare con criteri di efficienza, efficacia e di valore sociale i propri piani industriali».

È dunque «indispensabile ed urgente», incalza l’Alleanza, poter «avviare un confronto con il governo che si basi certo non sui ‘tagli improvvisi e unilaterali delle risorse’, che rappresenterebbero un fatto di assoluta gravità per il pluralismo nel Paese, ma su una nuova logica ‘comune’ di investimento sul pluralismo dell’informazione. Una diversa fase di approfondimento e proposta che potrebbe partire da un’ulteriore verifica delle regole di accesso al Fondo, già molto selettive ma migliorabili, per accentuarne anche la massima trasparenza e una più forte capacità di rendicontazione sociale; ma che potrebbe anche essere rivolta al terreno dell’innovazione, delle piattaforme collaborative, di un nuovo rapporto di interazione  con le community e con i territori ed aprire – conclude la nota – anche una riflessione sul terreno, complementare, della ricerca di nuove forme di sostegno alla domanda».

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