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Se (anche) il criminale emancipato proteggesse Federica Angeli dall’animale ferito

 

“Proteggere Federica Angeli dall’animale ferito”, lo ha scritto l’ex parlamentare del PD Stefano Esposito la settimana scorsa pubblicando un appello sull’Huffington Post al quale il Ministro dell’Interno Matteo Salvini ha prontamente risposto qualche giorno dopo, scrivendo che aveva desiderio a incontrarla quanto prima. Secondo me sarebbe più efficace e credibile se al posto di questi incontri formali ci fosse una seria volontà di contrastare le mafie.  Non credo dovrebbe esserci la necessità di scrivere appelli augurali affinché lo Stato agisca e ai quali, quasi sempre con ferma retorica, i delegati intervengono allargando le braccia: dovrebbe essere naturale per uno Stato democratico agire sempre in difesa dei suoi cittadini.

Finché ci sarà bisogno di spronare lo Stato e i cittadini tutti a intervenire su questioni che riguardano il futuro di ognuno, faremo pochissimi passi in avanti. Proteggere lei e la sua famiglia, i suoi figli, dalla mafia di Ostia di cui scrive dal 2013, che l’ha sequestrata, l’ha minacciata e lo continua a fare tuttora, l’ha messa sotto regime di scorta e che solo da pochissimo tempo, grazie o a causa di eventi legati alla pericolosità del comportamento dei clan che vi operano, le ha dato ragione: la mafia a Ostia c’è e si vede. A lei il merito di aver saputo tracciare una linea precisa tra la quotidiana delinquenza, che qualche miope ancora sottovaluta, e una ben più feroce e radicata organizzazione criminale, raccontando cosa accadeva ed accade nel territorio che lei vive ogni giorno, di quale silenzio assordante si macchiava e si macchia la gente che con la paura e il consenso aveva e ha reso forti e onnipotenti per anni gli Spada, i Fasciani, i Casamonica, i Triassi, la stessa Banda della Magliana che proprio da Ostia tirava i fili dei suoi romani traffici illeciti.

Nel 2017 era stata il Gip Simonetta D’Alessandro, scomparsa prematuramente di recente, nell’operazione “Eclissi” a emettere un’ordinanza di custodia cautelare a carico degli Spada e di altri che così recitava: <<Gli epigoni della Banda della Magliana, Frau Paolo, Salomone Emidio, Sulej Man, Ferai Pergola Roberto e il figlio di costui Pergola Daniele, risultavano collegati ai Galleoni-Cardoni intesi Baficchi e ad Antonini Franco, inteso Sorcanera. Vi erano poi in una situazione di vero e proprio accordo strutturale i Triassi collegati a Calò e D’Agati-Triassi, famiglia siciliana appartenente ai più elevati ambiti criminali di Cosa nostra in quando saldamente collegata in ragione di vincoli di coniugi ai Caruana-Cuntrera, narcotrafficanti di grande calibro internazionale in origine introdotti nel territorio e poi allontanati con la stessa mediazione di D’Agati Francesco. Sono venuti meno per un’evoluzione criminale che ha coinvolto pienamente le forze malavitose autoctone>>.

A Federica un merito al giornalismo puro che potrebbe riempirla di soddisfazioni tra premi e riconoscimenti pubblici anche con la pubblicazione del suo libro “A mano disarmata” avvenuta nel maggio scorso, nella speranza che la cultura e la lettura di una storia vera che ancora sta accadendo possa svegliare quante più coscienze possibili. Potrebbe riempirla, ma questa speranza sembra infrangersi in quella che per i criminali in questione corrisponde ad una colpa, una piena responsabilità: se le forze dell’ordine e la magistratura oggi stanno mettendo a dura prova la sopravvivenza dei clan arrestandone i componenti, smascherando gli illeciti e sequestrandone i beni, l’unico capro espiatorio che nella loro visione distorta sembra avergli danneggiato immagine e intenti è rintracciabile solo nel nome di quella giornalista, Federica Angeli. Se lei non si fosse ostinata a scrivere, a scavare e infine a scoperchiare il vaso di Pandora nessuno avrebbe ficcato il naso nelle loro situazioni opinabili né si sarebbe chiesto a quanto ammonta la scala dei favori. Invece adesso sono tutti interessati, qualcuno ha alzato la testa e loro possono rifugiarsi soltanto nello scudo delle famiglie che ringhiano davanti ai cancelli delle loro ville quando si avvicina una telecamera o una divisa che non si può comprare. Una colpa che non sembra poter essere estinta ma che anzi viene moltiplicata in insulti e minacce continue.

Semmai qualcuno di loro dovesse confondersi tra la folla e spaesato si ritrovasse qui su questa pagina gli direi di avvicinarsi, guardare bene da questa parte: siamo tantissimi e se osservate bene capirete che i vostri cani rabbiosi non riusciranno a fermare il giornalismo libero e indipendente, né a coprire la verità. In un magico mondo di penitenza, capireste anche che dopotutto non è conveniente delinquere. Pensateci, non è colpa della Angeli se la Guardia di Finanza sequestra i beni che avete guadagnato con il racket e con la droga, non è colpa sua se la Magistratura emette ordinanze che la Polizia attua e dopo i processi sentenzia che siete criminali, né tanto meno è colpa sua se vi sentite braccati e asserviti a voi stessi, la colpa è solo vostra, dei vostri traffici illeciti e della vostra disonestà morale e intellettuale.

“Proteggere Federica Angeli dall’animale ferito”, prima che sia tardi e che si inizi a santificare le sue gesta, avere l’impressione che non si senta sufficientemente protetta, l’angoscia di non riuscire a difendere i propri figli dalla conseguenza di una scelta fatta anni prima con cognizione di causa e supportata sempre con maggiore intensità.

Non è abbastanza, leggo commenti sul web di persone che per ragioni talvolta persino comprensibili se prese fuori contesto ma di inspiegabile ottusità quando si parla di vite umane, la criticano nelle scelte professionali, la criticano come madre, la criticano come persona e poi, guidate e manipolate dalle lobby e giustificate dalle ultime prese di posizione del governo, tentano di scalfirne la personalità. Nell’immaginario comune infatti, ascoltando in giro le opinioni altrui (non tutte fortunatamente), l’idea che una persona, giornalista o imprenditore che sia, abbia una scorta armata non è visto come un obbligo, come una cosa assurda, un modo di sacrificare sé stessi, il proprio lavoro e i propri cari, un motivo per cui è necessario il supporto costante affinché questa condizione eccezionale venga eliminata, bensì come un privilegio che il contribuente paga con le proprie tasse. Va da sé che se la richiesta di giustizia e partecipazione civile viene ridotta a mero capitalismo, l’idea, il pensiero e la legge costituzionale del diritto tornerà ad essere concesso, del dovere tornerà ad essere imposto e non ci sarà più spazio per la libertà democratica, come purtroppo senza sarcasmo stiamo assistendo nell’ultima legislatura.

Nella rilettura storica degli eventi, è come se stessimo attuando un processo di retrocessione tale per cui, ancor oggi nel 2018, sentiamo il bisogno di fare manifestazioni per la legalità, marce per la pace, costituire associazioni per i diritti civili, nell’evidenza che qualcosa in passato non sia stato compreso.

Non mi capacito di come ci si possa armare di disprezzo per odiare qualcuno che ha messo in pericolo la propria vita, facendo unicamente il proprio lavoro, per riportare alla legalità un territorio in cui vive e in cui vivono altre persone come lei, mentre si lascia correre con sorprendente beatitudine, magari voltandosi dall’altra parte per non avere problemi o con innaturale premura per non dar fastidio, sul traffico di eroina e cocaina, sul controllo e gestione delle spiagge e delle attività commerciali sul litorale, sull’occupazione abusiva delle case popolari, sul riciclaggio di denaro sporco, sulle varie intimidazioni, sugli incendi, sulle estorsioni, sugli omicidi. Né tantomeno comprendo come sia possibile che un familiare o un amico omertoso, talmente abituato a quel modo criminale di comportarsi, non riesca più a discernere il bene dal male e che pensi, in ultima analisi, che a fare male, a commettere reato sia una giornalista e tutte le persone che come e con lei si battono affinché sia la criminalità con la sua ignoranza, prepotenza e violenza a pagare.

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