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Bari, fra i moli la dépendance del clan Capriati

 

di Francesca Russi

Al porto? Lavorava chi decideva il clan. Così i movimenti, gli accessi e i traffici interni allo scalo barese erano tenuti sotto controllo. Bastava a volte una telefonata per imporre il contratto a un parente o un affiliato.
Attraverso il monopolio delle assunzioni nella cooperativa incaricata di gestire viabilità e sicurezza dell’area portuale, la criminalità si assicurava il passaggio agevolato di armi e droga che potevano varcare la dogana bypassando i posti di blocco. E, in qualche caso dietro compenso di una somma di denaro, tentava anche di favorire l’ingresso illegale di immigrati. A documentare come il porto fosse diventato “una pertinenza del borgo antico di Bari” sotto lo stretto controllo del clan Capriati è stata l’inchiesta coordinata dalla pm antimafia della procura di Bari, Isabella Ginefra, che ad aprile scorso ha portato a 18 arresti.
Stando all’accusa il gruppo criminale aveva acquisito “il controllo del servizio di assistenza e regolazione del traffico veicolare, connesso ai traffici e alle operazioni portuali all’interno del porto di Bari”. Non è un caso, fanno i conti gli investigatori, se 26 dei 44 dipendenti della coop Ariete (che si è dichiarata estranea e ha annunciato di volersi costituire parte civile) fossero parenti, pregiudicati o vicini alla famiglia Capriati. Ben undici dipendenti sono risultati condannati per detenzione illegale di armi e munizioni, reati contro il patrimonio, associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti. Si trattava, è vero, di personale transitato nella cooperativa attraverso la clausola sociale che impone al nuovo appaltatore di riassorbire i lavoratori. Il subentro è avvenuto nel 2012. Da anni, dunque, il clan aveva messo le mani sul porto di Bari.
C’era chi si assentava da lavoro per andare a incontrare il boss e prendere ordini a Bari vecchia, chi violava in moto i varchi della dogana e con scherno insultava il personale, “puoi pure prendere la targa”, nella consapevolezza di rimanere impunito e chi faceva entrare illegalmente un pakistano. Ed era assunto anche il figlio del boss che esibiva, con la compiacenza del medico di famiglia, certificati di malattia falsi per non presentarsi a lavoro. Nel perimetro del porto tutto era lecito. Lo scalo veniva utilizzato anche come deposito, base logistica e sede di incontri. Vigeva la legge del clan.
A capo del gruppo mafioso c’era Filippo Capriati, nipote dello storico capo clan Tonino, scarcerato il 30 aprile 2014 dopo dieci anni di detenzione. È allora che Capriati aveva deciso di rimettere in piedi l’organizzazione. A ottobre 2014 la polizia lo aveva intercettato nel porto: Capriati si era avvicinato a un dipendente e gli aveva chiesto copia della programmazione dei turni ai varchi della security.
Di fronte al rifiuto la minaccia era diventata esplicita “vedi quello che devi fare”. Così l’assunzione forzata di fedelissimi del boss, che al telefono raccomandava “tu inizia a lavorare mercoledì” o “quello lo devo mettere a lavorare un mese tra gli stagionali”, rappresentava, secondo la procura, un “incondizionato lasciapassare per ogni tipo di traffico illecito”.
Al clan-famiglia bisognava obbedire in tutto e per tutto. E gli sgarri, anche nella vita privata, rischiavano di avere ripercussioni serie. È il caso di uno di uno dei responsabili operativi della viabilità interna al porto che, in pochi giorni, viene sostituito da un altro: ufficialmente per esigenze operative; nei fatti, però, il passaggio di testimone coincide con l’ufficializzazione del divorzio dello stesso dalla cugina del boss. Secondo gli investigatori “per punire l’affronto fatto alla famiglia”, dopo solo sette giorni dal divorzio, l’ormai ex cugino (acquisito) di Capriati lascia il posto a un giovane rampollo del clan.
L’inchiesta che ha portato all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare per 21 persone (18 arresti, un obbligo di dimora e due obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria) e all’iscrizione nel registro degli indagati di 50 persone è ora chiusa in attesa del processo.

da mafie

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