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La ‘Ndrangheta fra don Camillo e Peppone

 

di Elisa Pederzoli

Il primo Comune sciolto per mafia dell’Emilia Romagna è tornato a votare lo scorso mese di giugno, a poco più di due anni dal decreto firmato dall’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano  che, nero su bianco, ha sancito che a Brescello “sono state accertate forme di condizionamento della vita amministrativa da parte della criminalità organizzata”.
Il piccolo paese in provincia di Reggio Emilia – 5.600 abitanti che vivono affacciati sul Po –  celebre per aver fatto da suggestiva scenografia alla saga cinematografica di Don Camilo e Peppone, da qualche anno a questa parte è diventato famoso per questo ben più triste primato.
La data spartiacque è il 20 aprile 2016, quella della firma del decreto di scioglimento.
Il sindaco fino a pochi mesi prima era Marcello Coffrini (area Pd, il padre Ermes è stato a sua volta sindaco di Brescello per vent’anni). Un amministratore finito sulla graticola dopo le dichiarazioni rilasciate alla web tv Cortocircuito creata da un gruppo di universitari (tra loro un giovanissimo Elia Minari) e che indagava la presenza della criminalità organizzata in Emilia.
C’è un intero quartiere a Brescello caratterizzato da una massiccia presenza di persone originarie di Cutro (Crotone), al punto da essere chiamato Cutrello. E’ qui che abita  anche Francesco Grande Aracri, fratello del boss di Cutro Nicolino. Nel 2013, é stato colpito da un sequestro – secondo la normativa antimafia – diventato poi confisca di beni che gli ha portato via, per ora solo sulla carta, la sua casa brescellese. Nei mesi scorsi, una troupe della Rai che si è addentrata per le strade di “Cutrello” per realizzare un servizio è stata cacciata con un lancio di sassi.
E’ parlando di Francesco Grande Aracri, ai microfoni della web tv, che l’ex sindaco ha usato parole benevole che hanno fatto molto discutere. Dieci mesi dopo quell’intervista, l’allora prefetto di Reggio Emilia nomina la commissione prefettizia che si insedia nel palazzo municipale di Brescello. E’ il preludio allo scioglimento.
Quando a Roma Alfano firma quel decreto, parallelamente a Reggio Emilia è in corso il primo grande processo d’ndrangheta al nord: quello dell’inchiesta Aemilia che conta oltre 200 imputati. Il processo in abbreviato, in due gradi di giudizio, ha sancito la presenza in terra emiliana di una locale ‘ndraghetista radicata ma, si dice per la prima volta, indipendente da Cutro. Tanto da individuarne, in loco, i referenti. Uno di loro, Alfonso Diletto, abita a Brescello.
Nel tempo che passa dallo scioglimento al voto, a Brescello c’è un valzer di commissari. Un avvicendamento che non aiuta la comunità a comprendere cosa è accaduto. Quella decisione arrivata da Roma non è mai stata realmente metabolizzata. Sono tanti quelli che in paese l’hanno vissuta e hanno continuato a viverla come una punizione ingiusta, tanti quelli che rifiutano che a Brescello si accosti la mafia.
Alle elezioni seguite allo scioglimento sono cinque le liste che si presentano, alcune giunte al fotofinish. Con un dato di fatto: sono assenti i grandi partiti. Nessuno – dal Pd al Movimento 5 Stelle alla Lega Nord – alla fine ci ha messo il simbolo, ma hanno dato solo un  sostegno esterno alle candidature. E a vincere è la lista “Brescello che vogliamo” con il 34% dei consensi. Nel simbolo c’è la statua di Pasquino, che già rappresentava la lista di Coffrini. E sindaco diventa Elena Benassi, che Marcello Coffrini, da primo cittadino, aveva nominato presidente della Fondazione Don Camillo. In lista e poi in giunta, ci sono nomi considerati molto vicini all’ex sindaco: ex assessori della sua giunta e  firmatari del ricorso al Consiglio di Stato presentato dall’ex primo cittadino contro lo scioglimento (ricorso poi perso in tutti i gradi di giudizio).
Qualcuno, nel dibattito della campagna elettorale, ha parlato di continuità con il passato e nel primo consiglio comunale le opposizioni hanno subito chiesto segnali di discontinuità. Di certo, Brescello resta un paese in cui in troppi non hanno accettato la diagnosi che ha portato allo scioglimento: quella di essere stato un Comune dalle difese troppo basse. Nonostante la “cura” – l’unica per ora proposta, da nord a sud –  per arginare i condizionamenti nella pubblica amministrazione: lo scioglimento e il commissariamento.

Da mafie

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