Vent’anni senza Lucio Battisti

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Vent’anni senza Lucio Battisti, vent’anni nei quali le canzoni del genio pop italiano scritte assieme a Mogol non ci hanno mai abbandonato. Sono sempre qui, con noi, sono parte integrante della storia popolare del nostro paese, sono la colonna sonora della nostra vita.
Lucio Battisti è morto il 9 settembre 1998 a soli cinquantacinque anni. Era nato a Poggio Bustone, Rieti, il 5 marzo 1943, un giorno dopo l’altro grande Lucio della nostra canzone, Dalla. Oggi possiamo dire che Mogol Battisti hanno rappresentato per la musica italiana quello che i Beatles sono stati per il pianeta.
Qualche anno fa ne parlavamo proprio con Mogol, che ha regalato le parole alla miglior musica leggera di casa nostra. In oltre mezzo secolo di onorata attività, Giulio Rapetti Mogol (dal 2006 quel che era uno pseudonimo è diventato parte del suo cognome) ha infatti firmato i testi di oltre millecinquecento canzoni. Molte delle quali bellissime, alcune indimenticabili, entrate a far parte della colonna sonora delle nostre vite. Con Lucio Battisti, ma non solo. Anche per Celentano, Morandi, Cocciante. Per non parlare di Mina, Bobby Solo, Equipe 84, Dik Dik…
Sanremo ’61, “Al di là”, Luciano Tajoli e Betty Curtis: un debutto subito vincente…
«Ero un ragazzo – ricordava l’artista, milanese, classe 1936 – che aveva avuto la fortuna di scrivere quelle parole. Le avevo date al maestro Donida, un caso strano perché in seguito io ho sempre scritto su una musica già esistente. Una serie di coincidenze fortunate e la canzone vinse il Festival. Ma fu tutto merito di Tajoli».
Che Italia era?
«L’Italia che vorrei anche oggi, invece tutto è andato male, tutto va di male in peggio. È mancata la moralità, qui tutti raccontano balle, tutti fanno debiti e nessuno va galera».
Battisti lo conobbe pochi anni dopo: intuì subito le sue potenzialità?
«Assolutamente no. Si presentò con due canzoni, gli dissi che aveva scritto due brani modesti, la cosa che mi colpì fu che lui disse: sono d’accordo. Mi fece quasi tenerezza. Gli dissi: dai, vediamoci, proviamo a collaborare assieme. E cominciò quell’incredibile avventura. La terza canzone che scrivemmo assieme fu “29 settembre”. E fu il botto».
Quindici anni di collaborazione: i fan ancora non si capacitano di quel divorzio.
«In effetti fu una cosa incomprensibile, girarono tante storie sui motivi della separazione. Questioni di gelosie, di soldi, persino di confini fra le nostre proprietà in Brianza. Tutte balle. La verità? Credo sia stato influenzato, mal consigliato da chi gli era vicino».
Un ricordo bello e uno brutto di quegli anni con lui.
«Brutto nessuno. Mi sono sempre trovato bene, anche lui mi sembrava appagato e contento. E anche quando ci siamo incontrati di nuovo, anni dopo, tutto sempre bene. Era un rapporto ad alto gradimento reciproco».
Un’alchimia irripetibile?
«Beh, ho lavorato e scritto canzoni con altri artisti. Anche belle canzoni. Ma credo che sì, era irripetibile perchè completa nel senso globale del termine. Lucio era un grande autore, un arrangiatore, un interprete. Assieme avevamo raggiunto la completezza, una certa complementarietà».
Quella storia che eravate fascisti?
«Io sono sempre stato moderato, Lucio non l’ho mai sentito parlare di politica. La verità è che in quegli anni se un artista non alzava il pugno era fascista. Chi scriveva di privato era qualunquista. La neutralità non era ammessa».
Lei fa cronaca?
«Si, credo che un autore degno di fede è quello che fa cronaca. La fantasia non conta. Io mi ispiro alla vita, alla mia, a quella della gente comune. Per questo il pubblico mi segue».
Una parola per alcuni artisti con cui ha lavorato. Celentano.
«Timbrica straordinaria. Meglio come artista che come predicatore».
Mina.
«Coerente nella sua scelta di ritirarsi a Lugano. L’altro giorno mi hanno detto quante canzoni ho scritto per lei: sono ventotto, nemmeno me le ricordavo».
Morandi.
«Anche lui libero di fare quel che vuole. Bravissimo nel ripartire, con quella “Canzoni stonate” che scrissi per lui trent’anni fa».
Cocciante.
«Grande interprete e grande musicista, di livello internazionale».
Gianni Bella.
«Un genio musicale. Non lo ha aiutato l’accento siciliano, lui che in inglese canta benissimo».
L’opera che avete scritto assieme?
«L’ha scritta soprattutto lui, e dopo due anni di lavoro, il giorno dopo averla finita, è stato colpito dal male che ancora non gli permette di comunicare. Per l’opera abbiamo dei problemi economici, forse debutterà all’estero».
La scena musicale attuale?
«Manca la qualità, e sa perchè? Perché oggi si cerca solo il profitto. Una volta era diverso, si cercava l’artista che aveva qualcosa da dire e sapeva come dirlo. Oggi si cerca di fare soldi, e subito. Non va bene».
Ha detto che oggi Battisti e Mogol non emergerebbero. Possibile?
«Lo confermo. Noi eravamo pieni di idee e trovavamo gente disposta ad ascoltarci. C’era entusiasmo, voglia di cambiare. Lucio fu bocciato alla radio come interprete, ma poi le radio lo trasmettevano comunque. Oggi non c’è questa possibilità. I dj sono degli impiegati, passano quello che gli dicono di trasmettere».
Il Cet, la sua scuola?
«Ha oltre vent’anni, ha diplomato più di duemila allievi, abbiamo tenuto a battesimo interpreti come Arisa e autori come Giuseppe Anastasi. Abbiamo una didattica avanzatissima, di livello europeo. Ma anche per noi mancano i fondi, dobbiamo fare economia. Chi ci governa non capisce che diffondere la musica e la cultura popolare è una priorità».
I talent show?
«Torniamo al discorso del qualità. Se scegli degli artisti veri da presentare al pubblico, forse fai un’operazione culturale. Ma se aspetti quelli che vogliono essere lanciati, che vogliono vendere due dischi, fare la bella vita, beh, non vai da nessuna parte».
Internet?
«Ci sono 200mila siti musicali, manca chi ti aiuta a individuare le cose di qualità. Siamo sempre lì. Corsa ai soldi, al profitto, poca attenzione alla qualità».
Gli aforismi?
«Ho sempre amato la sintesi, mi piace scrivere breve. Col libro “Le ciliegie e le amarene” ha avuto quattro premi, uno internazionale. Ne sto scrivendo un altro. Si intitolerà “Le arance e i limoni”».
Mogol, lei ha fede?
«Sì, prego tutte le sere. E lo faccio con il cuore».


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