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Una lunga estate di sangue

 

di Dario Montana

Sono passati trentatré anni da quella terribile estate palermitana del 1985 che in meno di dieci giorni ha visto cadere sotto i colpi della barbarie mafiosa tre bravissimi investigatori: il 28 luglio mio fratello, il commissario Beppe Montana, dirigente della sezione catturandi della squadra Mobile e il 6 agosto Ninni Cassarà, vice questore dirigente della sezione investigativa insieme all’agente Roberto Antiochia.
Sono passati trentatrè anni, esattamente quanti sono gli anni che Beppe ha vissuto. In questi anni tante cose sono ovviamente cambiate, altre sembrano invece immutate.
Si discuteva sull’esistenza o meno delle mafie, se eravamo in presenza o meno di un’emergenza. Intanto la mafia, probabilmente non da sola, tentava di far saltare in aria con un’autobomba il giudice Carlo Palermo a Pizzolungo, il quale si salvò perché un’autovettura con dentro la signora Barbara Asta e i suoi due piccoli figli gemelli, Salvatore e Giuseppe, gli fece da scudo.
A Napoli veniva ucciso il giornalista Giancarlo Siani.
A Palermo si iniziava ad allestire l’aula bunker dell’Ucciardone, dove si sarebbe tenuto il primo maxiprocesso alla mafia con quattrocentocinquantasei imputati alla sbarra, ed era la prima volta che Cosa Nostra  veniva giudicata in Sicilia da giudici togati e laici tutti siciliani. A conclusione dei tre gradi di giudizio verrà sancita l’esistenza dell’associazione mafiosa Cosa Nostra, con l’irrogazione di diciannove ergastoli e duemilaseicentosessantacinque anni di reclusione: non sarà più possibile, per nessuno negare l’esistenza della mafia. Infatti, oggi sono diventati tutti antimafiosi, per definizione, perfino quei rappresentanti di una classe politica ed imprenditoriale che con i mafiosi cerca legami, intese, accordi elettorali e soprattutto vuole continuare a fare affari.
In questi anni abbiamo visto versare tante lacrime di coccodrillo da parte di chi ha fatto uscire la lotta alle mafie dall’agenda politica per sostituirla con generiche e qualunquistiche esigenze di sicurezza nei confronti degli ultimi e dei diseredati, salvo poi spedire corone maleodoranti ai funerali di chi aveva colpevolmente isolato o additato ai vertici di Cosa nostra e vantato una qualche amicizia e legame con Giovanni (Falcone) e Paolo (Borsellino).
Presenziare alla camera ardente di Beppe fu il primo atto pubblico del neoeletto sindaco di Palermo Leoluca Orlando, che avrebbe dato vita alla cosiddetta “primavera”.
Da poco meno di un mese era stato eletto il nuovo Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga che succedeva all’amatissimo Sandro Pertini; il Paese era guidato da un pentapartito (PSI,DC, PLI, PRI e PSDI).
Il Presidente del Consiglio era l’on. Bettino Craxi che, coinvolto nelle inchieste di Mani pulite, finirà la sua carriera da latitante in esilio.
Il ministro degli Esteri, l’onorevole Giulio Andreotti, verrà diversi anni dopo riconosciuto colpevole di aver aiutato Cosa Nostra fino al 1980 e vedrà dichiarati prescritti i reati commessi prima di quella data.
Il ministro degli Interni era l’onorevole Oscar Luigi Scalfaro, che succederà nel 1992 a Cossiga come Presidente della Repubblica -pare- al posto dell’onorevole Andreotti, il quale vedrà sfumare le proprie aspettative di essere eletto all’altissima carica in seguito alla strage di Capaci, dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo,  Antonio Montinaro.
Si salvarono solo gli agenti di scorta della cosiddetta terza macchina: Paolo Capuzza, Gaspare Cervello, Angelo Corbo e l’autista della macchina guidata dallo stesso giudice Falcone, Giuseppe Costanza.
Il Presidente della Regione Siciliana era il democristiano onorevole Rino Nicolosi, che chiuderà la sua carriera politica consegnando ai magistrati della procura di Catania un ricco memoriale sul sistema delle tangenti in Sicilia.
Anche allora il territorio mostrava la sua fragilità determinata dalla colpevole incuria dell’uomo: assistemmo increduli al disastro della Val di Stava, in Trentino, con un bilancio finale di duecentosessantanove morti.
La strage di Piazza Fontana rimaneva impunita  con l’assoluzione di tutti gli imputati.
L’operato dei magistrati palermitani spaccava l’opinione pubblica; nella città di Palermo echeggiavano le proteste di chi vedeva deprezzare il valore commerciale dei propri immobili perché in condominio con l’abitazione di un giudice, si assistette perfino all’approvazione di delibere condominiali per impedire la collocazione di targhe a ricordo degli uomini uccisi dalla mafia I magistrati, come sempre, venivano descritti come soggetti ammalati di protagonismo e, ovviamente…comunisti.

(1 – continua)

Da mafie

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