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Due giorni a Spoleto. Si conclude la kermesse diretta da Giorgio Ferrara

 

Promesse (e premesse) mantenute al Festival dei Due Mondi di Spoleto? Non sappiamo: troppo brevi le soste e gli ‘avvistamenti’ delle sue tante (troppe) proposte per azzardare consuntivi e bilanci. Nel  variegato frazionarsi di un calendario avviatosi alla conclusione. Accattivante, ‘espletato’ e dispiegato sino alle compiute conseguenze, è ad esempio  il tema della “solitudine anziana”   che fa da perno alla pièce di Lucia  Calamaro  “Si nota all’imbrunire” (in ripresa autunnale),  di cui l’autrice è anche regista, suffragata dalla sghemba, ‘rustega’, generosa  interpretazione di  Silvio Orlando, attorniato da ottimi comprimari  quali Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini.

Sul filo di un lutto mai elaborato (la precoce vedovanza) e dei figli che “non potranno né dovranno” mai colmare alcun vuoto (non è loro compito), Lucia Calamaro imbastisce una drammaturgia intimista e di buona dialettica, a tratti avvincente e ‘struggentemente’ ironica (con eco e richiami a   ben più ‘grandi’ misantropie letterarie, da Svevo a Kafka, da Bernhard a Gonciarov),  cedendo a tratti (per vocazione al ‘bulino dialogico’) ad una sorta di  logorroica verbosità, cui ben si adagiano i micro-monologhi ‘offerti’ alle indubbie virtù attorali di Orlando- al suo estro così  brusco, insofferente,  e allo stesso tempo ‘sofisticato’ (per digressioni, sfumature, inanità di piccoli gesti indifesi).

Recitando frontalmente al pubblico, come in una specie di imbarazzata, pudica confessione, il protagonista è come “costretto” ad una  alla staticità scenica  che, per effetto collaterale, imprime forzati rallentamenti alle cadenze del commedia e all’interloquire di Orlano con i familiari, giunti al suo eremo di campagna per festeggiarne il compleanno, crudele e coincidente con l’anniversario della morte della moglie.

La  recitazione dell’ensemble, tendenzialmente naturalistica e sdrammatizzante,  si esprime (ma non è un difetto) anche ricorrendo ad ombreggiature e sfumature dialettali: assegnando ad ogni caratterizzazione  (molto sapida quella di Roberto Nobile, nel ruolo del fratello) una  alternata  emulsione di  schiettezza e stereotipi, con il ricorso a battute volutamente semiserie e non poche ‘soste’ di ripresa e respiro, ravvivate dalle istanze contestative del figlio maschio e le velleità ‘versificatrici’ della figlia poetessa, “ispirata notte e giorno da Caproni e Penna”: elevati a numi tutelari (ma impropri) di condizione esistenziale ben più prosaica e ove nulla sembra aspirare alle “più alte dimore” della sublimazione (mediante o nonostante la ‘conoscenza del dolore’).

Sinchè il branco dei congiunti “che non vorrebbe lasciar solo l’anziano padre” (mentre egli constata che “essere socievoli è un’ingrata fatica”) non prenderà congedo. Concedendo ad Orlando il beneficio  del dubbio. In visita solinga e cimiteriale alla dipartita consorte, nella “raggiante tenerezza”che succede all’ isolamento forzoso, egli stesso non esclude di aver sognato, innocuamente delirato. In quel consesso di parenti fastidiosi (ricordate certe pièce anni sessanta del maestro Neil Simon?) che potrebbero anche disertare da anni (o non essere mai esistiti). E su  velari di mestizia e disinganno che poco concedono alla fasulla consolazione della ‘beata solitudo’…

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Tutt’altro registro ritmico, espressivo, da (non esecrabile)  trattenimento turistico per  “The beggar’s opera”, desunta   e  intersecata da una sessantina di ballate,  melodie e filologici refrain d’epoca :  il 1728, anno in cui John Gay la scrisse e alla quale, successivamente, si ispirò Bertold Brecht, insieme a Kurt Weill, per   l’universalmente acclamata “Opera da tre soldi”   Basterebbe la scena del selfie delle due ragazze in posa con il condannato a morte, “ tutti e tre sorridenti davanti alla forca” a immetterci  nei frastorni di oggidì. Ovvero rendere confidenziale  (ancorchè prevedibile e ‘telefonata’)  l’attualità ,forzata o meno, dell’operazione scenica  esportata a Spoleto  da Ian Burton e Robert Cassen (coreografie di Rebecca Howell, musicisti delle Arts Florissants, produzione francese del Buffes du Nord)

Visivamente sovrastato da una monumentale scenografia, a forma di  enorme muro più scatoloni di cartone trasformati (per destrutturazione e ri-assemblamento) in  pedane, praticabili  e tavoli da bar- quindi nel  ritrarsi degli elementi scenici in  più elevati quartierini, con porte verso il basso- “ The Beggar’s Opera” passa in rassegna un’acrobatica equipe (in edizione hip-hop) di    ladroni, sfruttatori, poliziotti conniventi,    funzionari malfattori – più  cocainomani, ‘pupe’ e papponi- tutti impegnati in dialoghi cinici ai quali “non ci si può sottrarre dal sorridere” (scrive un collega).  Poiché fa sempre piacere(?) veder gettata in burla (?) la Brexit, il protezionismo, le cafonesche  scarpe di Theresa May – con l’eccipiente di  disastrose cadute di governo,  improvvisati (pomposi) ministri della perfida Albione (mentre da noi…),  uso ostentato di iphone e patacche-rolex (mentre da noi…) in  epocale paccottiglia di congestione truffaldina e inarrivabil\ arrivismo

A lenire la sofferenza  della serata di caldo umidiccio provvedono – comunque vada- i pentagrammi tardo barocchi di Purcell, Handelli –   più musicarelle popolari, assemblate e  ‘arrangiate’ con molti margini di (legittima)   improvvisazione dai  musicantes dell’Ensemble Les Arts Florissants.  Cosa aggiungere? Che “allora” era già “adesso” che agli inizi del settecento corruzione, lenocinio, associazione a delinquere  erano “imperanti e imperativi” modelli per sbarcare egregiamente il lunario- primeggiando  “la diseguaglianza sociale tra ricchi e poveri, e quella spasmodica, esasperata ricerca degli interessi personali, nella politica come nella società civile, senza riguardo per nessuno”. Infatti, udite udite, la frase più ricorrente dell’umano bestiario è “Ed io che ci guadagno?”… Che brutti tempi (il Settecento…per giunta ‘illuminista’)

Pubblico in visibilio.

Ps  Ci spiace non poter dire nulla (per nostra assenza da Spoleto) della “Giovanna d’Arco al rogo” (oratorio drammatico in 11 scene ed un prologo diretto da Renoit Jacquout), protagonista Marion Cotillard, che ha appena concluso l’annuale edizione del Festival         . Fiore all’occhiello della kermesse e prezioso affresco musicale di Arthur Honneger, su libretto di Paul Claudel, “costruito come un flashback, nel quale Giovanna ripensa alla sua vita poco prima di morire. Gli ultimi istanti di vita della martire, esaltati dalle forze di una sonorità evocativa e innovativa”. Si spera che Rai 5 lo offra in ‘differita’

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