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La tratta di esseri umani e le mafie nigeriane. Un mondo criminale tra antichi riti e modernità

 

C’è un posto dove i sogni si spezzano. E si infrangono. S’infrangono come le onde del mare sugli scogli. Quel posto è stretto, scomodo, insicuro e assume forme galleggianti. Sono le carrette del mare. Sono gli enormi barconi nei quali la dignità cede il passo alla sopraffazione, alla violenza, alla riduzione in schiavitù. Quel mondo è composto da uomini, donne, ragazzi e ragazze che cadono nella rete della tratta e del traffico di esseri umani. Uomini e donne partiti con la speranza di un domani migliore che si ritrovano senza aspettative. Una fotografia di quanto accade in Italia e negli altri stati dell’Unione europea la scatta la Commissione parlamentare antimafia nella relazione «migranti e tratta di esseri umani, nuove forme di schiavitù.

E’ un report certosino, quello redatto dai componenti della Commissione bicamerale della XVII legislatura, nel quale confluiscono audizioni, testimonianze, numeri e dati delle indagini delle procure distrettuali antimafia. E proprio tra queste pagine c’è la prima conferma: le organizzazioni criminali transnazionali oggi gestiscono tutte le fasi del trasporto delle persone che dall’Africa, dalla Cina, dall’Albania, dalla Russia, dal Ghana, dalla Nigeria, dal Vietnam e dal Brasile raggiungono l’Italia e il resto del nord Europa. Mafie internazionali che lucrano sulla pelle degli esseri umani, generando un turpe commercio che non conosce crisi. La Commissione accenna una stima: solo ipotizzando un costo medio di 5/6 mila dollari a migrante e moltiplicato per 503 mila persone (dato degli arrivi nel 2016), il valore del giro di affari ammonterebbe a 2.515 milioni di dollari per il solo anno 2016. Praticamente, guadagni illeciti che ormai eguagliano i ricavi provenienti dal traffico degli stupefacenti. «Sulla base dei racconti dei migranti – si legge nella relazione – il costo per raggiungere dalla Sicilia il nord Italia e gli altri paesi europei varia dalle 200 ai 2mila euro, che si sommano a quanto già riscosso dai trafficanti per la prima parte del viaggio. Diversa è la situazione per la tratta. Capita che sia la stessa organizzazione a farsi carico delle spese, in previsione dei guadagni futuri. Oppure è la maman, colei che la sfrutterà, a farsi carico dei costi del viaggio».

Tratta e traffico, due termini che si intersecano, che si confondono sempre più. Eppure originariamente fenomeni diversi. Per tratta si intende l’atto di reclutare persone, di trasportarle attraverso l’uso della violenza per riceverne un guadagno. Nella tratta (Trafficking) il trafficante ha il controllo e il possesso sul trafficato, che conduce allo sfruttamento sessuale, a quello lavorativo fino al mercato dell’espianto di organi. Per traffico di migranti (Smuggling) invece si intende l’ottenimento di benefici finanziari dal trasporto illegale di una persona da un paese all’atro. Ma è la vita che perde certezza quando si cade nella rete dei trafficanti. Secondo i dati delle Nazioni unite, nel vecchia e civilissima Europa, oltre il 60 per cento delle vittime sarebbe sfruttato a fini sessuali. «E’ una differenziazione per attività coerente con quella di genere – sottolinea la relazione – che vede circa il 75 per cento delle vittime di sesso femminile (donne adulte 60% e minorenni 15%) mentre quelle di sesso maschile vedono il 10 per cento di uomini e circa il 15 per cento di minorenni». Numeri di genere e di età forniscono un quadro critico: circa il 90 tra donne e minori sono vittime della tratta. E non è tutto. Solo in Italia, tra gli anni 2008 e 2010, le vittime sono salite da 1624 a 2381, il più alto tra gli stati membri, per raggiungere le 2631 nel 2012. L’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia ha accertato oltre 30mila casi tra gli stati membri della Ue. Mentre l’Organizzazione mondiale dell’immigrazione stima in 800mila le vittime che annualmente cadono nella rete dei trafficanti di esseri umani. Ci sono poi i dati del nostro Ministero dell’interno secondo i quali alla fine del 2015 i minori resisi irreperibili a seguito del loro arrivo in Italia sono stati 6.135, quasi il doppio di quelli dell’anno precedente (3.707), il triplo rispetto al 2013, quando se ne contarono 2.142.

Ci sono poi le sentenze della magistratura. Una lettura approfondita aiuta a comprendere il peso determinante delle mafie nigeriane nel business della tratta. Un affare colossale che parte dalla Nigeria e passa anche per le basi della Libia. Gli schiavisti del ventunesimo secolo hanno posato le loro sporche mani in Italia da almeno 15 anni gestendo il traffico di stupefacenti, la tratta degli esseri umani e lo sfruttamento della prostituzione. Nel 2001 il governo federale della Nigeria aveva emanato il Secret cult and Secret Society Prohibition Bill che aveva introdotto il reato costituzionale di creazione o partecipazione a qualsiasi attività dei «secret cults». I cults nascono come associazioni di studenti universitari ma degenerano presto come associazioni criminali. Nonostante questa legge i cult sono cresciuti e moltiplicati. I principali attivi in Italia sono: i Black Axe, Aiye e i Maphite. Gli affiliati usano la violenza con molta facilità ed esercitano un forte controllo nelle loro aree di appartenenza in alcune metropoli dell’Italia: Torino, Palermo e Roma.

Le indagini della procura distrettuale antimafia di Torino hanno svelato l’esistenza e l’attività in numerose regioni italiane del clan Maphite. Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno svelato la struttura criminale di questa organizzazione, che si presenta con una divisione di ruoli tipica delle associazioni di stampo mafioso quali la ‘ndrangheta e cosa nostra. Praticamente un gruppo criminale – organizzato in modo verticistico – che utilizza termini specifici per indicare la suddivisione dei ruoli, per ripartirli e distribuirli secondo una scala gerarchica. Con articolazioni collegiali che possono riunirsi autonomamente, senza coinvolgere gli altri appartenenti al sodalizio (Don, Vice Don, Professori, Chairman, Coordinatori, Vice Coordinatori, Addetti alla Difesa, Cassieri, Controllori, Soldati e semplici affiliati). Qualcosa che – una volta strutturato – è in grado di camminare con autonomia. Nei Maphite c’è anche una sorta di struttura di coordinamento tra i vari forum regionali definita Famiglia Vaticana.

Le indagini della magistratura torinese hanno individuato anche le proiezioni internazionali di questa organizzazione con presenze in Canada, Regno Unito, Olanda, Germania, Malaysia e Ghana. Una struttura criminale transnazionale che si tiene in piedi grazie a una fortissima omertà interna all’organizzazione e che trae linfa dalla «fama criminale» dei mafiosi nigeriani pronti a punire, anche sul territorio africano, le famiglie di chi si dissocia o tradisce l’organizzazione. Nei Maphite come nei Black Axe a volte l’affiliazione è imposta e non è una scelta libera, passa per la scelta degli «uomini migliori», che ovviamente ricade sui boss. Il rito di affiliazione a volte si concretizza con una «prova di resistenza» che può essere un pestaggio, opporre si impone al neo affiliato di bere alcool misto a sangue umano. Inoltre «neofita» deve versare una tassa alla cassa del clan, pari a circa 600 euro. Una lunga serie di rituali tribali, che assumono un ruolo fondamentale nell’organizzazione del narcotraffico e della tratta degli esseri umani. Riti antichi che – senza difficoltà – convivono con la modernità. Riti tribali – che se letti e analizzati in controluce – non divergono di molto dai sistemi di affiliazione delle mafie nostrane. E come le articolazioni delle mafie italiane lo scorso secolo avevano attraversato l’oceano Atlantico, così le mafie nigeriane oggi hanno scavalcato i confini africani realizzando un monopolio nella tratta degli esseri umani.

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