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La borsa, la vita e la morale migrante

 

L’episodio è da manuale morale. Un giovane, zainetto in spalla, sale in treno, si siede. Il convoglio riparte dalla piccola stazione senza l’ansia mercuriale dei Frecciarossa. Il vagone è vuoto. Lo sguardo del giovane vaga tra le grigie e silenziose schiere di sedili seguendo la monotona simmetria. Distrattamente, si posa su un oggetto che rompe la piattezza dei colori. È una borsa da donna, a quanto pare lasciata incustodita. I minuti passano e non entra nessuno, neppure il controllore. Il tragitto da fare è breve; ed è quasi ora di scendere. Il ragazzo passa accanto alla borsa e la prende. Ora è nella stazione di arrivo, entra nella sala d’aspetto e comincia a ispezionarne il contenuto: un portafogli con 500 dollari, carte di credito, documenti, un cellulare, altri oggetti. E un numero di telefono di casa: forse quello della legittima (e disattenta) proprietaria. Il giovane chiama un suo amico, gli spiega l’accaduto e lo prega di chiamare il numero trovato in borsa. È il numero giusto: la borsa viene restituita con molti ringraziamenti e una piccola ricompensa.

Perché da manuale morale? Perché il ragazzo ha “obbedito” ad un comando della ragione – restituire le cose di proprietà altrui – nonostante le circostanze. Circostanze che potevano indurre in tentazione. Quel giovane, infatti, avrebbe potuto appropriarsi del contenuto senza timore di incorrere in sanzioni di alcun tipo: non ci sarebbero state né prove né testimoni. Tuttavia egli ha preferito fare diversamente. Kant lo avrebbe applaudito.

La storia, accaduta un mese fa, è vera: vero il treno, quello che da Fabro porta a Orvieto. Vera la signora, americana, che è felicemente tornata in possesso dei suoi averi e vero pure l’amico, che ha fatto da intermediario perché il protagonista è nuovo del nostro mondo. Vero, ovviamente, anche il protagonista: un ragazzo africano scappato dalla guerra. Un rifugiato, definiamolo così per amore di brevità, ospite del centro della Coop. “Il Quadrifoglio” di Monteleone di Orvieto e che a Orvieto frequenta i corsi di lingua italiana organizzati presso l’ex Caserma Piave.

La storia non ha nulla di eccezionale. Però l’aver segnato un percorso di integrazione appena agli inizi con un gesto morale, con una “buona azione”, mostra la possibilità di un mondo in cui la paura non avvelena lo sguardo e in cui vivere insieme secondo giustizia e fratellanza. Abbiamo voluto rendere pubblica questa piccola storia perché quella possibilità non deve essere annientata. E tante piccole storie, come questa, attestano che quel possibile può diventare reale

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