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Israele, la “Nakba” e un’utopia di pace  

 
Solo a un irresponsabile come Trump poteva venire in mente la barbara idea di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv alla città sacra di Gerusalemme, cara alle tre religioni monoteiste e non certo riconducibile sotto l’egida di uno dei due stati che compongono la Regione. Oltretutto, solo a un personaggio del genere poteva venire in mente di compiere questo gesto nel giorno in cui si celebra la nascita dello Stato d’Israele ma, al tempo stesso, i palestinesi ricordano la “Nakba”, la catastrofe, l’inizio del loro incubo, dell’esproprio di terre che appartenevano loro e di una guerra che si protrae da settant’anni e si aggrava di giorno in giorno.
Oltre cinquanta morti e più di duemila feriti, quelli odierni, che si sommano alle stragi perpetuate a Gaza dall’esercito israeliano e allo stato d’assedio in cui è costretto a vivere il popolo palestinese, con l’ovvia e drammatica conseguenza di una radicalizzazione del medesimo che ha favorito l’avanzata di formazioni terroristiche le cui azioni indegne devono essere stigmatizzare senza e senza, stando tuttavia attenti a non definirle immotivate perché purtroppo hanno eccome un’origine.
Settant’anni dalla proclamazione di uno Stato che per esistere e vivere in pace dovrebbe riconoscere quello palestinese, tornando indietro rispetto alle dissennate politiche attuate dal ’67 in poi, quando le mire espansionistiche israeliane hanno fatto di quella terra una prigione per un popolo e un inferno per l’altro.
Un cammino, quello della pace, drammaticamente interrottosi dopo i tentativi portati avanti da Rabin e Arafat nel ’93, culminati con gli Accordi di Oslo e con l’assegnazione del Nobel per la Pace ad entrambi, e nel 2000, sempre durante la presidenza Clinton, con lo stesso Arafat ed Ehud Olmert a colloquio a Camp David nella speranza di riuscire ad avviare il processo che si dovrebbe concludere con il mutuo riconoscimento e la pacifica convivenza fra i due stati.
Un cammino, di fatto, mai più ripreso, scontratosi con la Seconda Intifada scoppiata nel 2000  a causa della provocatoria passeggiata di Sharon sulla Spianata delle Moschee, e reso oggi impossihile dalla grettezza di Netanyahu e del governo di estrema destra che egli presiede e dalla linea assurda, disumana e senza prospettive, se non tragiche, decisa da un presidente, Trump, che dimostra sempre di più la propria inadeguatezza.
Settant’anni dalla “Nakba”, settant’anni di soprusi, attentati e violenze reciproche. Settant’anni di orrore, spesso nel silenzio o, peggio ancora, nella tacita acquiescenza della comunità internazionale, pronta a schierarsi strumentalmente ora al fianco dell’uno, ora dell’altro. Settant’anni e un abisso, provocato dalla cecità e dall’insipienza di due esponenti della peggior destra coloniale che stanno mettendo a repentaglio la stabilità del mondo, conducendoci ad un passo da un conflitto che potrebbe estendersi ben al di là della polveriera mediorientale.
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