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Sant’Egidio: cinquant’anni di impegno per la pace

 
intervista a Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio

(a cura di Claudio Paravati, direttore di Confronti)

 

Come spiega in questa intervista a Confronti il presidente della Comunità di Sant’Egidio, è stata l’audacia che proviene dal Vangelo a spingere un piccolo gruppo di giovani cattolici a riunirsi – proprio mezzo secolo fa – nella convinzione che tutti possano fare qualcosa e dare il proprio contributo alla pace.

 

Quali sono secondo lei i punti di forza e quelli di debolezza di Sant’Egidio, a cinquant’anni dalla fondazione?

Il punto di forza è aver sempre avuto come fondamento il Vangelo e quell’audacia che da esso proviene. Ci ricorda che tutto è possibile a chi ha sete, che tutto può cambiare, non ci sono situazioni così bloccate che non possono essere superate. Penso soprattutto alle guerre: tutti i conflitti possono trovare una fine e una conciliazione verso la pace. Non bisogna rinunciare mai, occorre crescere ancora di più nella consapevolezza che c’è un’energia di pace e di bene che scaturisce dalle comunità cristiane e che deve essere messa a frutto nella società.

 

Qual era l’istanza di quei giovani che cinquant’anni fa dettero vita alla Comunità di Sant’Egidio? Perché si sentì la necessità di riunirsi ricominciando dall’ascolto della Parola?

Allora c’erano due momenti culturali, religiosi, spirituali: uno era il Concilio Vaticano II, che con l’aggiornamento che aveva imposto e promosso a tutta la Chiesa e il ritorno alla centralità della parola di Dio aveva messo in moto tante energie. Dall’altra, la contestazione del Sessantotto, nella quale non ci siamo mai schierati pro o contro, ma che abbiamo vissuto dal di dentro con questa cultura dell’audacia, nel mondo giovanile. Un mondo molto popolato di giovani, a differenza di oggi, un periodo nel quale ce ne sono purtroppo pochi. In fondo questa audacia ci ha dato una spinta a riunirci e a credere che ci fosse qualcosa da dare alla società, anche se eravamo un piccolo gruppo ed eravamo giovani: tutti possono fare qualcosa.

 

Mi hanno sempre colpito i racconti delle attività di questo gruppo di giovani, che si incontravano anche col pastore valdese Valdo Vinay…

È vero. Tra i tanti che ci hanno aiutato, c’è stato il pastore Vinay. Soprattutto seguendo i giovanissimi che uscivano dal liceo, nel primo anno di università, per quel che riguardava la conoscenza della Bibbia. Vinay ha inoltre predicato molto, ogni lunedì, nella Chiesa di Sant’Egidio, con la forza della predicazione che aveva e che tutti noi gli riconoscevamo.

 

Come nacque l’esigenza di aprirsi anche a un pastore protestante per una cosa così importante quale la lettura della Parola e la predicazione?

Perché le comunità protestanti sono una realtà significativa nella società italiana, in particolare la Chiesa valdese con la sua storia che ci ricorda da vicino anche i prodromi del francescanesimo, a cui noi siamo sempre stati legati fin dall’inizio, e lo siamo tuttora. Inoltre, perché c’era la curiosità di conoscere e di capire come gli altri cristiani vivessero, e l’amore per la parola di Dio delle Chiese protestanti ci ha sempre colpito.

 

Ha un ricordo personale di Vinay da condividere?

Il ricordo che io ho di lui è la forza della sua predicazione: ricordo benissimo che fece tutto un ciclo di predicazioni sui salmi, nella Chiesa di Sant’Egidio, che mi colpirono. Mi colpì anche la sua dolcezza e il fatto che avesse scritto come dedica in uno dei suoi libri «alla comunità di Sant’Egidio, dove l’amicizia non finisce mai». E in effetti questa amicizia è continuata anche quando il pastore si è indebolito, i suoi occhi si erano spenti, era diventato cieco. C’era sempre qualcuno della comunità di Sant’Egidio che andava a leggere da lui perché potesse continuare a informarsi e aggiornarsi.

 

Secondo lei, quale ruolo ha oggi Sant’Egidio all’interno del panorama della Chiesa cattolica, evidentemente molto diverso da cinquant’anni fa?

Con il pontificato di papa Francesco, Sant’Egidio ha trovato ancora di più le parole per essere una realtà della Chiesa – naturalmente non l’unica – che sostanzialmente condivide fortemente la spinta che il papa sta dando alla Chiesa “in uscita”. Il tema della Chiesa in uscita, dell’incontro con le periferie e i periferici, è nel nostro dna fin dall’inizio. In questo senso, credo che tanti oggi nella Chiesa ci vedano un po’ come la realizzazione o la messa in pratica della linea che sta vivendo la Chiesa cattolica oggi con papa Francesco.

 

Qualche critico dice che papa Francesco sta facendo sì una rivoluzione ma forse più nei modi che nel contenuto, nel senso che i dogmi rimangono quelli e per nulla toccati. Cosa ne pensa?

Il papa sta avviando dei processi e tante volte i segni che si danno o che si fanno sono molto più comprensibili e significativi di tanti discorsi. La sua passione, la sua compassione verso le periferie e le persone povere, è un segno che resterà di questo pontificato e che sta aiutando tanti cattolici a uscire dall’autoreferenzialità – perché poi questo è il problema – e a confrontarsi con i problemi reali della gente.

 

Il ruolo internazionale di Sant’Egidio è molto forte e riconosciuto. Quando, per esempio, la cancelliera tedesca Angela Merkel è venuta a Roma, prima ancora di incontrare le istituzioni italiane è passata da Trastevere, a Sant’Egidio. L’impressione è che siate una grande potenza internazionale. Può raccontarci come si è cresciuti dall’essere quel gruppo di giovani di cinquant’anni fa a questo riconoscimento così importante per la politica internazionale?

Diciamo che Sant’Egidio ha avuto la forza della continuità, di una passione per la pace e per il dialogo che non è stata la forza di un momento, l’urto, la rottura di un tempo, ma è stata una battaglia che è continuata negli anni, con tanti risultati positivi. Sant’Egidio non è assolutamente una potenza politica o diplomatica, ma una comunità al servizio della pace. Nel mondo di oggi è qualcosa di molto particolare, che attrae l’attenzione di personalità quali quelle da lei citate. Perché in fondo c’è una particolarità: essere fuori dagli schemi, fuori dalle istituzioni, ma realizzare cose importanti.

 

Quando abbiamo incontrato Sant’Egidio-Albania a Tirana ci raccontarono come negli anni Novanta in sole due persone si fecero progetti di pace e d’aiuto. Sant’Egidio lavora dunque in maniera leggera, pur arrivando a risultati importanti…

Sì, questa è la vision, noi ci teniamo molto alle strutture leggere e abbiamo pochissimi impiegati e il nostro punto di forza è la gratuità. Chi sta da noi vive gratuitamente il proprio impegno per i poveri e per cambiare il mondo. La gratuità – questo «non vivere per il contraccambio», come dice Gesù nel Vangelo – è qualcosa che dà molta forza. Naturalmente noi non siamo dei missionari nel senso classico, cattolico. Non inviamo nostri missionari nel mondo, ma attraiamo le persone del luogo. C’è un’inculturazione nei fatti. Tutte le nostre comunità sono composte da persone del luogo.

 

Il movimento è nato come attivismo laico. Su questo punto qual è la visione di oggi?

Siamo una comunità di laici e non abbiamo le forme classiche dell’aggregazione di alcuni movimenti cattolici che prevedono voti o altro. Ci sono alcune persone che scelgono la via del sacerdozio, ma sono scelte personali, che naturalmente noi vediamo con favore, siamo molto felici. Anche perché la celebrazione della liturgia è uno dei fondamenti del nostro essere cristiani. Però la nostra vocazione è laica, e di questo siamo molto felici, perché dimostra che si può vivere per gli altri pur con famiglia, lavoro e tutto il resto.

 

Il rapporto tra generazioni: ne ha fatto cenno poco fa. Dappertutto si sente la difficoltà nel passare le consegne ai giovani, che non riempiono più i luoghi di riflessione, di aggregazione… la sua opinione?

Io credo che i giovani vadano più ascoltati che giudicati. Noi siamo entrati in una fase storica in cui i giovani sono messi da parte, forse anche perché sono pochi, sono diminuiti di numero. C’è ancora un potere degli adulti che non ha compreso che i giovani hanno bisogno di essere ascoltati e di essere anche guidati, in un certo senso, con paternità. Però sono veramente lontano dalle rivendicazioni dell’una o dell’altra fascia di età. Credo che realmente dobbiamo sempre di più arrivare a un incontro tra le generazioni, che è un incontro molto bello, che può dare frutti per la nostra società. Una società che sta diventando sempre più anziana e che non deve dimenticarsi dei giovani.

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