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Telegram, teste di cavallo e pistole fumanti

 

di Pierpaolo Farina

“Aspetta, ora ti faccio una poposta che non potrai rifiutare”, e mentre pensi a quale diavoleria l’altro tirerà fuori, ecco che arriva la testa mozzata di un cavallo infiocchettata. No, non è una riedizione trash del Padrino, parliamo di una conversazione su Telegram, il competitor russo di WhatsApp, che assieme alla pregiata collezione di 35 “stickers” della Regina Elisabetta II permette ai suoi utenti di usare anche quella originalissima di “Don Corleone”.
Insieme alla testa di cavallo, l’utente ha a disposizione persino la pistola dalla quale spunta la bandierina “dislike” e quella con il boss italoamericano agghindato a Re inglese con la scritta “now kiss” (ora bacia). La mentalità mafiosa, che come ricordava Falcone non è necessario essere dei criminali per possederla, ora viaggia quindi anche attraverso conversazioni criptate e assume la forma di una modalità di comunicazione come tante altre.
“Qual è il problema, quindi?”, si chiederanno in molti. Il problema c’è ed è concreto perché la Mafia che si fa “brand” contribuisce a diffondere un’immagine distorta del fenomeno; non ne provoca l’invisibilità, al contrario, la rende maggiormente visibile, ma la presenta in associazione a valori positivi per la società occidentale quali la famiglia, il rispetto delle regole, l’onore e il coraggio, sempre associato alla forza.
Non quindi un’organizzazione criminale che distrugge l’economia legale, prospera sulla corruzione e trasforma i cittadini in sudditi, cancellando le libertà personali ed elargendo diritti sotto forma di favori; bensì un’associazione di mutuo soccorso, fondata su potere, soldi e prestigio, che combatte le ingiustizie e diventa un modello a cui ispirarsi per farsi largo nella società. Tutti possono diventare Don Corleone, arrivato negli Usa che era nessuno e morto come il più grande boss di tutti i tempi.
La diffusione di questi modelli soprattutto all’estero contribuisce a un’internazionalizzazione della mentalità mafiosa che passa anzitutto attraverso l’accettazione del suo pilastro fondamentale, l’omertà, che diventa fattore costitutivo dell’onore alla base del successo di qualsiasi uomo.
Anche l’utilizzo di banali stickers, probabilmente per scherzo o per gioco, finisce con l’alimentare questa mitizzazione della mafia fenomeno positivo che è tra le ragioni della sottovalutazione del fenomeno al di fuori dei suoi originali contesti di insediamento.
Il fenomeno è talmente sfuggito di mano che persino scuole di ballo latino-americano a Roma utilizzano il brand “mafia” per promuovere se stesse; interrogati sul perché della scelta del nome “mafia latina”, i gestori hanno spiegato che il tutto “vuole essere una forma goliardica per esprimere il concetto di un gruppo di persone che non si uniforma alle regole e alla massa e che agisce per conto proprio”. Sollecitati sul reale significato della parola, hanno poi precisato di essere a conoscenza della “connotazione molto negativa, ma in questo caso volevamo semplicemente descrivere la nostra visione del mondo delle danze caraibiche”. L’assoluta buona fede è dimostrata anche dal fatto che la pagina non promuove alcunché che inneggi alle organizzazioni mafiose, solamente normali contenuti inerenti al ballo ed è questo che dovrebbe destare l’allarme sulla penetrazione culturale “positiva” del fenomeno mafioso.
In principio arrivarono le magliette e gli accendini e nessuno si scandalizzò troppo, ora, come per qualsiasi altro fenomeno sociale, le infinite possibilità di moltiplicazione dell’impatto sociale offerte dal web rendono più allarmante il fenomeno, soprattutto tra le giovani generazioni, che senza gli adeguati anticorpi culturali non possono comprendere da sole la gravità di inviare a un amico una testa di cavallo infiocchettata su Telegram. La soluzione non può essere però una censura tout court degli stickers o delle pagine che utilizzano il nome “in forma goliardica”, bensì un grande lavoro culturale che passa attraverso la veicolazione di messaggi di segno opposto sullo stesso terreno di scontro. Del resto, lo diceva anche Felicia Impastato, “la mafia si combatte non con la pistola, ma con la cultura”. E vale anche sul web.

Da mafie

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