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Sessant’anni fa chiudevano per legge i postriboli di stato. Ma non cessano le polemiche sulla prostituzione

 

Nel 1968 la legge Merlin ha abolito lo sfruttamento della prostituzione, obbligando così lo Stato italiano a revocare tutte le autorizzazioni concesse a suo tempo a centinaia di privati per esercitarla legalmente come se si trattasse di una farmacia o d’un sale e tabacchi. E non vi fossero invece implicazioni di principio, in primis la partecipazione dello Stato ai proventi di un’attività immorale. La legge non si è mai proposta di estinguere il commercio sessuale, fenomeno tanto antico e complesso quanto la natura umana. Bensì di restituire alle donne allora coinvolte una nuova libertà di scelta per le proprie vite e comunque impedire che dai loro corpi traesse profitto anche l’intera collettività nazionale attraverso lo Stato.

In questi trascorsi sessant’anni, la trasformazione della società italiana ed europea è stata enorme e con tratti anche imprevisti. Sebbene ancora insufficienti, le donne hanno coraggiosamente concretizzato più ampi spazi di rispetto e libertà per il genere femminile. Ma sia a causa del carattere tumultuoso della modernizzazione, sia per la mancata implementazione della stessa legge Merlin, la prostituzione si è ulteriormente estesa e  neppure è più limitata al genere femminile. Stime approssimative indicano in 100 milioni di euro all’anno il suo volume d’affari. La polemica alimentata dall’uso politico di tali disfunzioni appare così sempre più accesa.

Com’ era prima: cronaca di un ricordo

Roma, settembre 1958

Entrare a vent’ anni nella caricatura del giardino del Bene e del Male per osservarne la definitiva chiusura è un’esperienza della categoria impossibile dimenticare. Mino Guerrini, scrittore brillante e scanzonato, desideroso di compagnia più che d’aiuto e istigato dall’ autorevole, serio e prude Gianni Corbi, sceglie proprio me, l’ultimo apprendista approdato a L’ Espresso, via Pò 12, a Roma, per seguirlo nella ricognizione delle ultime ore di vita nelle case chiuse. Cosiddette per le loro finestre che la legge ha voluto permanentemente serrate, proprio perchè le porte sono invece spalancate sempre a tutti i maggiori di 18 anni. Basta assolvere il corrispettivo previsto per l’estasi amorosa desiderata all’arcigna o sorridente matrona che presidia la cassa. E’ un’agonia non priva di risvolti vaudeville, ma nel complesso deprimente.

A un secolo dalla loro inaugurazione sancita niente meno che dal Camillo Benso conte di Cavour con l’Unità d’ Italia, e dopo dieci anni di battaglia accanita che ha mobilitato interessi tanto grassi quanto inconfessabili, principi etici e igienico-sanitari, perdigiorno e attardati protagonisti della cultura e dell’informazione, la senatrice socialista Lina Merlin ha ottenuto che il Parlamento ne legiferasse la morte. Per l’elementare e nondimeno molto controversa considerazione che per lo stato è quanto meno disdicevole trarre profitti dalla compravendita di carne umana. L’ intera vicenda rappresenta un’istantanea del nostro paese tra dopoguerra e boom economico. Memento mori, assai raro in un paese sempre restio alle decisioni chirurgiche.

Il 19 settembre, tardo pomeriggio, cominciamo a fare un giro per il centro, tra piazza Barberini e piazza Navona, entrando in tre o quattro case di piacere, altra locuzione che retoricamente vi allude. Poi c’è chi dice casino –e sembrerebbe che siano i più-, chi postribolo o bordello; qualcuno parla di lupanare, come se vivesse ancora nell’ antica Roma o per segnalare furbescamente l’ineludibile eternità di queste botteghe. Maison, con francesizzata ambiguità, fingendo che si tratti di una casa d’ alta moda, è il termine preferito dai clienti di riguardo, alti ufficiali delle Forze Armate, commis d’etát, professionisti noti oppure no. Interessati, pigri e scettici, per natura o per scelta, tutti costoro appaiono intruppati in un nostalgico, chiassoso e sempre ambiguo corteo che dal Senato e dalla Camera dei deputati confluisce sui giornali, con titoli prorompenti in prima pagina o arzigogolate argomentazioni nella prestigiosa terza, convenzionalmente riservata alla cultura.

Più d’ uno non esita a rompere riservatezze consolidate per dichiarare in pubblico che quelle case lo hanno amorevolmente accolto cento e cento volte, in qualsiasi ora, assecondando il suo umore del momento meglio di quanto gli accada in casa propria; e narra commosso e riconoscente la comprensione e le delizie del corpo e dello spirito che vi ha incontrato e goduto. I più giovani, professionalmente parlando, trovandovi una comprensiva iniziazione assistita; gli uomini fatti celebrando la propria virilità talora vacillante, in particolare alcuni di prestigiosa penna celebrano la leggerezza di qualce innocente perversione.

E lasciano intendere che solo l’ipocrisia impedisce a chi non si unisce al coro del rimpianto di essere altrettanto sinceri, dunque onesti. Riuniti prontamente in associazione nazionale, i quattrocento proprietari delle 730 case in attività (da 15 a 20 miliardi di lire l’ anno d’ incasso: difficile aggiornarne a oggi il potere d’ acquisto, ma all’ epoca rappresentavano il valore di centinaia e centinaia di edifici d’abitazione in una grande città come Roma o Milano), plaudono e promettono concreto sostegno.

Una sola casa, alle spalle di piazza Navona, è semideserta nella penombra rarefatta che ancor più la rattristisce. Diamo uno sguardo e scappiamo via con il cuore in pena. Ci trasferiamo e finiamo per trattenerci a lungo in una delle più note e socialmente ben frequentate, alle pendici del Pincio. L’ impressione è di galleggiare in un tempo sospeso nel passato. L’orologio che certifica scrupolosamente la durata degli incontri a pagamento è del tutto sconnesso da quello della storia. Un potpourri l’ arredo un pò consunto e di gusto confusamente  ottocentesco: un etager retour Egypt che evoca il Napoleone dall’ Alpi alle Piramidi (nella circostanza vi è appoggiata una ragazza bruna truccata da odalisca e -in violazione delle norme-, con i seni nudi: “tanto tra un pò chiudiamo. . .”); sotto e di fronte alla scala liberty incorniciata con tendaggi Grand Hotel, divani Luigi XV  sui quali svettano facce rugose di clienti attempati ma provvisoriamente ringalluzziti, e anche qualcuna di giovanotti  che se ne avranno voglia potranno gloriarsi: io c’ero!

In questa agglomerata mise en scene, Guerrini, che è un artista in prestito al giornalismo, pittore e sceneggiatore cinematografico, ma che potrebbe essere anche un musicista per il disinvolto talento con cui sa armonizzare tutti i registri della conversazione in chiave d’ ironia, domina l’ambiente. Saluta, conversa, ammicca e simula reverenze, a sua volta effettivamente riverito e corteggiato da ragazze, colleghi anziani e perfetti sconosciuti anch’ essi richiamati dal funereo avvenimento, senza mai neppure sfiorare il sarcasmo nè –men che meno- scivolare nel compiacimento. Insomma: niente Boccaccio, semmai qualche siparietto alla Daumier. Il porno come genere di largo consumo è ancora da venire e non se ne sospetta neppure l’arrivo.

Verità o millanteria, un signore di mezz’età con abito di buon taglio e vari anelli alle dita della mano sinistra stappa una bottiglia di champagne (francese, alita versandone nelle coppe dei due clienti e di una ragazza che ha accanto) e fa per offrire a tutti (ma poi gli scappa una smorfia di rassegnato disappunto perchè per tutti non basta. . .), avvertendo in tono confidenziale che la festa vera comincia più tardi, ed è riservata agli intimi. Un altro, camicia bianca, cravatta e completo doppiopetto blu, va a confabulargli all’ orecchio chissà quali lubriche richieste o proposte E’ atteso anche un noto attore del cinema. Insomma, è una festa di gente che sa divertirsi. Questo almeno vogliono lasciar intendere.

C’è del resto un’abbondante retorica d’ Autore che pone le case chiuse fuori dal mondo dei comuni mortali, su una morbida e profumata nuvola di cioccolato al peperoncino. Luana, dov’è Marilù? Dove sono Fatima e Lia? Sherazade e Bojou, che fu l’ amante mia, poeteggia Ennio Flaiano, che pure conosce bene e quando vuole pratica con gusto il paradosso e lo sghignazzo. Mario Soldati, Premio Strega per le sue “Lettere da Capri”, piemontese d’ austera bonarietà e volto rassicurante, parla di case dell’amore. Neppure Dino Buzzati, il raffinato narratore del Deserto dei Tartari, si sottrae alla tentazione e innalza senza alcuna perplessità le desiderate alcove a santuari di civiltà erotica. Di certo, con una devozione per lo più inattesa, i dichiaranti si mostrano sempre pronti al pellegrinaggio.

Sorprende meno però ha provocato un bel chiasso (era questo che cercava, il polemico toscano?) il pesante intervento satirico di Indro Montanelli che in “Addio Vanda” ha espresso per tempo, già due anni prima, il proprio punto di vista in proposito: In Italia un colpo di piccone alle case chiuse fa crollare l’intero edificio (della Nazione, n.d.r.), fondato su tre puntelli: la fede cattolica, la patria, la famiglia. Poichè -argomenta con enfasi- era nei cosiddetti postriboli che queste tre istituzioni trovavano la più sicura garanzia. Una provocazione urbi et orbi, contro le donne e la loro aspirazione all’ eguaglianza, contro i conformisti, contro i riformatori. Anche esempio, però, e non privo d’ interesse, della vena anarco-nichilista che correva come un torrente carsico nella prosa del liberale Montanelli e –forse- nel suo cuore.

Insomma: la richiesta di non illuderci di poter aggiustare almeno un pò il mondo, di lasciar pertanto stare le cose come stanno, è forte e senza pudichi imbarazzi. Ma certo, assentirà qualcuno, abbandoniamoci al sogno e al palpeggio dei sensi nel dormi-veglia, morbidamente: per il peccato c’è il perdono, in attesa del consumismo narcisista che ci riscatterà tutti. Cosa saranno mai 4mila donne recluse in una vita scimmiesca, costrette a decine e decine di rapporti sessuali al giorno che gli scarnano il ventre, all’ aborto dei sentimenti, a un’intimità rescissa, alla schizofrenia sociale, di fronte al mantenimento di una tiepida nursery per dotti adulti mai cresciuti del tutto sebbene in alcuni casi divenuti ricchi e famosi?

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