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Resteremo umani

 

Tornando, 5 giorni dopo, sul corteo antifascista e antirazzista che c’è stato a Macerata per protestare contro un vero e proprio atto di terrorismo e tornando anche ai cortei, presidi e segnali giunti dal resto del paese è opportuno fare qualche riflessione. Si è trattato di manifestazioni inclusive, meticce, pacifiche e plurali. Nessun incidente, scarsa la tensione nonostante gli allarmi lanciati dalle massime istituzioni, alta la partecipazione. Sui maggiori quotidiani è andato in onda altro. Uno slogan ignorante e criminale sulle foibe, urlato da qualche imbecille, prontamente allontanato è servito per dare a molti le aperture. Per altri – che avevano già stabilito un nesso tossico e pericoloso fra l’orrendo omicidio di Pamela e l’attentato di Traini – il passaggio successivo è stato “non avete ricordato Pamela”. A parte il fatto che, almeno a Macerata, così non è stato, costruire una cronaca del genere di fatto genera un sotterraneo giustificazionismo verso chi ha tentato di “ammazzare i neri” che, in quanto tali, erano implicitamente complici. Si torna all’etnicizzazione del reato anzi se ne amplifica la portata, contribuendo a sdoganare ancora di più paure e pregiudizi. Pochi giorni dopo, non a caso, un fatto marginale come un “africano” che risultava non aver pagato il biglietto del treno è divenuto il capro espiatorio di odio per 75 mila persone in poche ore. C’è stato chi sui social ha scritto serenamente di forni e di “eliminazione di parassiti”. Ora, al di là dell’inaccettabile odio che emerge e anche al di là del fatto che Trenitalia ha dovuto fare pubblica ammenda perché il suddetto viaggiatore aveva regolarmente pagato il biglietto ma aveva sbagliato il posto in cui sedersi e parlava un inglese peggiore di quello degli annunci che si sentono sui treni, sorge un dubbio. Chissà quanti dei “bravi cittadini” che hanno vomitato odio poi risultino adempienti agli obblighi fiscali e chissà quanti nascondano nei propri armadi reati o comportamenti affatto accettabili.

Ma i fatti finora elencati hanno anche una caratteristica che li lega: nessun giornalista presente a Macerata ha ritenuto opportuno registrare i cori sulle foibe o filmare lo striscione per Pamela (curiosa coincidenza) mentre per fortuna la fake news sul treno è stata smentita in maniera documentata anche se insufficiente.

Ma avendo attraversato in lungo e in largo il corteo di Macerata mi assumo la responsabilità di sottolineare altre sgrammaticature della stampa e di raccontare di aver visto (forse in preda ad allucinazioni) un’altra cosa. C’erano numerosi cittadini di Macerata che non hanno creduto alle intimidazioni lanciate dal sindaco e dal ministro dell’Interno, c’erano tante/i cittadine/i di origine straniera, residenti a Macerata o venuti da fuori per dire da che parte stavano, per rassicurarci che loro il terrorismo, qualsiasi terrorismo e qualsiasi violenza, la vogliono combattere con noi. C’erano bambini e famiglie, giovani studenti e partigiani resistenti come Lidia Menapace, c’erano tante e diverse bandiere a parlare di pluralità. C’era la voglia di ritrovarsi in tanti, nonostante il freddo e la città blindata, per darsi una conferma, quella di un paese che fa meno rumore ma che è diverso e solidale. Si sono visti balconi aprirsi per sventolare striscioni e bandiere della pace, gesti sinceri e dettati da una volontà di riaffermare i principi costituzionali di convivenza che credevamo erroneamente spariti. Qualche duro slogan antifascista da anni Settanta? Certamente ma anche questi siamo, qualche slogan irridente coloro che non avevano avuto il coraggio di venire? Certo ed era anche giusto perché di fronte al terrorismo, politico o mafioso che sia, si ha l’obbligo di dire da che parte si è. Qualcuno ricorda le parole perfide e ignoranti ripetute nei talk show contro i musulmani che non protestavano contro il terrorismo dopo gli attentati in Europa? Un invito che vale solo per gli altri forse? E si è detto che bisognava lasciar passare il tempo necessario per rasserenare Macerata. Ma il non essere lasciati da soli non è il modo migliore per rasserenare. Viene il fondato dubbio che di questa manifestazione e delle altre che si sono tenute lo stesso giorno si avesse paura per ragioni meramente elettorali. Se ne sta preparando – ed è giusto – una a Roma per il 24 febbraio indetta anche dall’ANPI. Sarà importante esserci ma va altrettanto fermamente ricordato che ad essere ferita è stata Macerata, non ancora Roma. Ma si continua a parlare di un attentato collegandolo all’ennesimo orrendo femminicidio, come se il nesso legato all’immigrazione fosse il paradigma fondamentale.

Quando un ministro della repubblica, sedicente di sinistra, dichiara impunemente di aver previsto episodi come l’attentato di Traini al punto di averne impedito altri fermando gli arrivi dei richiedenti asilo, rinchiusi ora nei campi di concentramento libici, si conferma un immaginario in cui non esiste spazio per la realtà. Una realtà che poi però riemerge nei mille volti contenti di essere in piazza, negli infiniti sguardi che testimoniavano il non sentirsi soli. Malgrado un imbarbarimento micidiale e profondo di cui sono responsabili molti attori, dalla cattiva politica alla cattiva informazione alla crisi, sono emersi segnali di reazione inaspettati e vitali. Siamo una minoranza forse di sognatori ma non siamo pochi e sparsi. Sappiamo trovare tempo e modo per superare lacerazioni interne, differenze di partito o di percorso per scegliere da che parte schierarsi indipendentemente da quanto vorrebbero a volte imporre inadeguati gruppi dirigenti di partito o di associazione. Mi afferro come ad una boa ad un piccolo ma significativo episodio. Durante la sparatoria che ha ferito 6 persone, una ragazza, probabilmente di Macerata ma rimasta sconosciuta, si è fermata a soccorrere uno dei ragazzi a terra. Ha atteso l’arrivo dell’ambulanza rincuorandolo e tentando di tranquillizzarlo per poi allontanarsi silenziosa e oscura. Ha fatto quello che molti di noi forse avremmo avuto paura a fare ma ci ha degnamente rappresentato. Penso alle tante persone come lei, veri eroi quotidiani contro indifferenza ed esclusione quando voglio convincermi che ce la possiamo fare. Resteremo umani.

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