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I talk show senz’anima della Terza Repubblica 

 
C’era una volta la Tribuna politica condotta da Jader Jacobelli, con i suoi miti, i suoi riti e le sue caratteristiche: la possibilità di fumare in studio, il fuoco di fila di domande ad opera di una decina di giornalisti di testate diverse che incalzavano l’esponente politico di turno e la sua solitudine, emblematica del sistema proporzionale in cui ciascun partito si presentava con il proprio volto, le proprie idee e la propria identità. Poi è venuta la stagione del maggioritario, del bipolarismo e della contrapposizione fra centrodestra e centrosinistra: dai blocchi contrapposti a livello internazionale si passò ai poli contrapposti a livello nazionale ed ecco i talk show, primo fra tutti Porta a Porta di Bruno Vespa, ribattezzato da Giulio Andreotti la “terza camera”. Non si fumava più in studio e si affrontavano cinque-sei esponenti politici per volta, la maggioranza da una parte, l’opposizione dall’altra. Centrodestra e centrosinistra, spesso sangue e arena: uno scontro all’O. K. Corral che non aveva nulla del garbo e della pacatezza dei confronti che scandivano quella che viene convenzionalmente chiamata Prima Repubblica ma quanto meno facevano chiarezza. Oggi, invece, siamo nel caos e i talk show ne risentono non poco, come dimostrano i dati Auditel relativi ai loro ascolti.
La formula, infatti, è ormai stantia, il modello ha stancato, la classe dirigente che vi si confronta non è minimamente paragonabile né a quella della cosiddetta Prima Repubblica né a quella della cosiddetta Seconda e soprattutto, a furia di trasformismo, non è neppure credibile.
In questa confusione, non sapendo chi sta da una parte e chi dall’altra, chi pensa una cosa e chi pensa l’opposto, chi è al governo e chi è all’opposizione, se esistono ancora una destra e una sinistra o non esistono più, se ciò sia un bene o un male (secondo me il solo fatto di negarne l’esistenza è una tragedia), cosa sia e come la pensi su mille questioni il M5S, se sia destinato a durare o meno questo assetto tripolare e dove andrà a parare la politica italiana in una fase storica in cui è tutta l’Europa ad essere in cerca di un destino comune, in questa confusione è ovvio che gli spettatori si sentano disorientati e preferiscano cambiare canale. Se a ciò aggiungiamo che anche i conduttori non sono tutti Vespa e, meno che mai, Biagi o Santoro e che la faziosità di alcuni di essi è davvero insopportabile, ecco spiegate le ragioni fondamentali per cui questa formula televisiva andrà profondamente rivista nei prossimi anni, possibilmente riducendo la quantità di trasmissioni di approfondimento politico e puntando sulla qualità. Meglio meno ma di maggior valore piuttosto che questo pascolo ininterrotto di seconde e terze file dei vari pseudo-partiti, le quali fungono da arredo dei programmi mattutini, finché persino un addetto ai lavori come il sottoscritto non spegne per manifesta saturazione.

Questo stato di cose ci dice chiaramente che, a breve, dovremo trovare un nuovo assetto per la nostra democrazia anche per quanto concerne il sistema televisivo, anche perché, continuando di questo passo, finiremo con l’espellere definitivamente i giovani non solo dal panorama politico ma persino da quello dell’informazione, quando invece un tempo era assolutamente normale che un ragazzo di neanche trent’anni, un giovane cronista di un qualunque giornale di partito, venisse mandato a intervistare addirittura il presidente del Consiglio.
Molto dipenderà dalla nuova legge elettorale, auspicando che nella prossima legislatura venga stracciato quell’obbrobrio del Rosatellum; il resto dell’onestà intellettuale, dalla capacità professionale e dalla fantasia di noi giornalisti. In caso contrario, non avremo più né una classe politica all’altezza né qualcuno in grado di raccontarne l’operato e le evoluzioni, completando così l’opera di politicizzazione di un Paese che, al contrario, avrebbe più che mai bisogno di buona politica e buona informazione.

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