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The Greatest Showman

 

Ecco il film per iniziare bene l’anno, traboccante di energia, di lotta, di sogni, di vita, di sfide, di successi; e di gioia per gli occhi, grazie a Mr Barnum il più grande uomo di spettacolo mai esistito, come grida appunto il titolo inglese. Il genio che fin da bambino, poverissimo, sogna di intrattenere le folle mettendo a frutto la propria scatenata fantasia. Figlio di un sarto che tira a stento la vita nella New  York di metà Ottocento, il suo cognome diventerà l’eponimo stesso della messa in scena grandiosa, travolgente, senza freni, capace di suscitare continue emozioni nel pubblico ipnotizzato dall’esplosione pirotecnica di trovate stupefacenti.

Il film invita all’ottimismo, ad aver fiducia in se stessi, a non arrenderti mai: se credi fermamente, totalmente in qualcosa che hai dentro il petto, un fuoco sacro misterioso più forte di te, vedrai che l’occasione si presenterà. Non di rado anche sottoforma di un colpo d’arresto che a prima vista può sembrare una impedimento, persino una disgrazia; e invece si rivelerà per il suo esatto contrario.

Dopo un’infanzia indigente da romanzo di Dickens, ritroviamo il giovane Phineas Taylor Barnum (Hugh Jackman) impiegato quale contabile presso una compagnia di navigazione; la quale un brutto giorno fallisce a causa di un tifone che ne distrugge gran parte della flotta; e il personale viene licenziato in blocco, gettato letteralmente sul lastrico. Sarà la fortuna del nostro brillante protagonista che non si perde d’animo e sfruttando incerte garanzie della ditta riesce ad ottenere da una banca il prestito necessario per rilevare un museo naturale di quart’ordine da  trasformare nell’antro delle meraviglie. Gli animali impagliati tuttavia non bastano, il pubblico non abbocca; ci vuole qualcosa di più stravagante, imprevedibile, mai visto! Uomini in carne e ossa, esseri umani deformi, abnormi, mostruosi;  fenomeni da baraccone in grado di scatenare la morbosità dello spettatore, quelle creature anomale e surreali che gli inglesi chiamano freaks: il nano, la donna barbuta, il gigante, la contorsionista, l’acromegalico con le corna da demonio, l’obeso, la sirena, i giocolieri, i maghi e i saltimbanchi. Con il suo fiuto infallibile Barnum ha capito che la gente è attratta dal difforme, dallo scherzo di natura, dal ripugnante. Ciò che ci respinge ci avvince e siamo disposti a pagare pur di specchiarci in una figura stravolta. L’improvvisato impresario ingaggia una nutrita marmaglia di straccioni affamati  che tramuta in una troupe di artisti in grado di cantare, ballare, esibirsi in costumi arditi e sovraccarichi di colori, davanti a una folla ogni giorno più numerosa che si accalca al botteghino.

In breve gli affari vanno a gonfie vele e i soldi corrono a fiumi. Barnum ha trovato la chiave per esprimere il suo talento e la via per occupare un posto di spicco nella Grande Mela di ogni opportunità. Ma la sua ambizione è proiettata molto oltre, non si accontenta dell’apprezzamento dei ceti modesti, vuole conquistare i piani alti della megalopoli. Cerca l’alleanza di uno scrittore dell’upper class, Philip Carlyle, che oltre a saper creare i testi idonei per lo spettacolo, abbia l’influenza per accreditarlo presso i giornali che contano e lanciarlo verso un consenso globale. L’amico aristocratico (Zac Efron), sufficientemente anticonformista e spregiudicato da fargli da spalla, è naturalmente provvisto delle doti del press agent, e gli procura addirittura una esibizione a Londra davanti alla regina Vittoria. L’accoglienza degli inglesi è entusiasta, fioccano gli inviti ovunque, le folle accorrono, P.T. Barnum diventa celeberrimo. A un ricevimento in suo onore conosce Jenny Lind, una cantante di origine svedese dalla voce prodigiosa, che non si lascia scappare; la corteggia, la coinvolge, la scrittura convincendola a seguirlo in America. La prima esibizione dell’artista a New York è un successo delirante, che si rinnova e si ingigantisce ad ogni nuova tappa di una tournèe immediatamente organizzata nelle varie capitali degli Stati Uniti. I teatri si spalancano alla coppia artistica, ma mesi e mesi di inebrianti trionfi  costringono Barnum a una esistenza lontana dalla famiglia e dalla sua bizzarra compagnia di guitti restata temporaneamente in mano all’amico. Philip si è innamorato della deliziosa trapezista di colore Ann Wheeler e per lei affronta il ripudio della famiglia. Le invidie, la rabbiosa avversione dei benpensanti, i nemici personali finiscono però per avere il sopravvento; l’American Museum viene messo a fuoco, un’immane incendio distrugge l’intero edificio, e Barnum precipita di nuovo nella miseria. Ma avendo salvato la vita al suo amico gettandosi coraggiosamente tra le fiamme, sarà questi a rilanciarlo finanziando una nuova impresa al cinquanta per cento.

E’ necessario individuare un luogo, una spazio, una sede dove rimettere in piedi lo spettacolo, ed ecco l’idea geniale: non più un edificio in muratura ma un immenso tendone capace di accogliere la ciurma e di spostarsi agilmente da una città all’altra. Prende vita così un enorme circo a tre piste e con ben quattro palcoscenici, in grado di ospitare ventimila spettatori. I freaks possono ora riprendere ad esibirsi in una girandola vertiginosa di altri numeri di attrazione, uomini volanti, pagliacci, equilibristi, animali addestrati, elefanti, belve feroci, orsi, leoni che eseguono esercizi allo schiocco di frusta del domatore. E’ nato The Greatest Show on Earth (Il più grande spettacolo del mondo) che porta il nome del suo geniale ideatore: Barnum’s Circus. Un nuovo genere di spettacolo dal vivo che da allora non conoscerà declino, destinato a durare finché lo stupore avrà un posto nell’animo umano e negli occhi di un bambino. Un intrattenimento adrenalinico, intrecciato di meraviglia e brividi di paura, di lampi di erotismo e guizzi di comicità, componenti indispensabili di ogni spettacolo. Il circo con la sua fanfara, le sue trepestanti marce musicali, le sue parate di uniformi sgargianti, i suoi virtuosismi mozzafiato, le sue frastornanti scenografie, i ritmi concitati che non ammettono tempi morti, rappresenta il vertice stesso della platealità; in grado di attrarre, come sottolineava ammirato Federico Fellini, già nel momento stesso in cui viene issato il tendone, in un gioco di prestigio di cavi, di funi, di tiranti, di prove di destrezza che lasciano stupiti ed eccitati non meno del programma di pista in arrivo sotto le cupole altissime dello chapiteau. La mongolfiera ancorata a terra, il ‘pancione respirante’, per usare ancora un’immagine di Fellini, nel quale il regista aveva messo piede bambino con la confusa certezza di aver incontrato una volta per tutte la propria vocazione; “l’annunciazione fatta a Federico” la chiamava ridendo, una illuminazione abbagliante che si tradusse da subito in una cifra e quindi in uno stile unico e  irripetibile.

Quel campionario di tipi umani che avrebbero popolato i suoi film, un cast eterodosso che si rinnovava a ogni prova, spesso reclutato tra gli ultimi della terra, non era la traduzione cinematografica dell’arena del circo? I suoi personaggi così inusuali da sembrare inventati,  le sue facce impareggiabili e manicomiali, la gigantessa, la Saraghina, l’illusionista, la tabaccaia, il telepata, l’ermafrodito, le creature femminili astrali e affascinanti come Anita Ekberg, non alludevano da sempre all’inesauribile circo della vita?

Nel finale del film testamento La Voce della Luna, il regista mette in scena la danza improbabile e goffa di una coppia di clochard, due creature irrimediabilmente ‘diverse’ che ballano nella piazza vuota del paese dove ogni trama è stata consumata: il mistero dell’esistenza nella sua quotidiana epifania.

Fino a quando all’omologazione anteporremo la diversità, finché privilegeremo l’anomalia all’esercito di indistinguibili replicanti, la geniale intuizione di Barnum rimarrà inalterata; il ‘circo mondo’ come palcoscenico dell’impareggiabile spettacolo dell’umanità; il recinto sacro in cui vengono annullate le differenze fisiche, psicologiche, linguistiche, geografiche, razziali, di pelle, di colore, di cultura, di sesso, di età.  Dove ognuno è l’indispensabile ingranaggio della rappresentazione che deflagra in tutta la sua rutilante bellezza nell’attimo in cui si accendono i riflettori e il rullo di tamburi dell’orchestra annuncia l’inizio della parade.

Fellini ha dedicato un intero film al circo e alla ricerca dei suoi misteri: l’aveva intitolato I Clown in onore della coppia comica prediletta dai bambini, in cui lo sdoppiamento di Clown Bianco ed Augusto simboleggia l’eterna dialettica tra gli aspetti opposti della natura umana, spesso solo apparentemente in contrasto tra loro, più spesso complementari e indisgiungibili. Il circo come dimensione onirica e psicanalitica, come sogno collettivo. E infatti I Clown, ricordate?, si concludono con una magica sequenza in cui ogni suono è assente, svanisce, nella visione di un trapezio vuoto che dondola  dentro una coloratissima pioggia di stelle filanti.

Il film di Michael Gracey, un regista (esordiente!) al servizio di Hugh Jackman, strepitoso attore ballerino e cantante australiano, è un musical vecchia maniera aggiornato alla nuova visualità; molto americano nell’impianto ma con quel tocco britannico che gli dona uno stemma araldico: non sono stati gli inglesi a inventare la commedia musicale? Ricordate il sublime Lady Henderson presenta di Stephen Frears?

The Greatest Showman contiene anche una tenerissima storia d’amore iniziata dai protagonisti ancora bambini, Phineas Taylor e la bionda Charity (Michelle Williams) di facoltosa famiglia newyorkese. Ma questa è una favola nella favola che lo spettatore gusterà con i propri occhi: un salutare batticuore con cui dare il benvenuto al Nuovo Anno!

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