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La piccola vendetta lombarda e altre storie tristi

 
In vista delle regionali in Lombardia, il centro-sinistra esprime ancora una volta la propria “vocazione tafazziana”, presentandosi diviso contro il candidato del centro-destra, quello della “razza bianca”. Bisognerebbe imparare a tessere e non a strappare, a cucire e non a tagliare.

di Paolo Naso (docente di Scienza politica all’Università Sapienza di Roma)

La storia insegna che la sinistra ha una profonda vocazione alla divisione interna. E l’esempio più eclatante di questa atavica propensione ci viene dalle elezioni regionali della Lombardia dove, a fronte dell’uscita di scena del presidente uscente Roberto Maroni, il Pd renziano e i “Liberi e Uguali” di Grasso (ma anche di Fratoianni, D’Alema e Bersani) non convergono sullo stesso candidato, lo stimato sindaco di Bergamo Giorgio Gori, che per altro nella sua città è sostenuto da una maggioranza che comprende anche forze a sinistra del Partito democratico.

A chi ha chiesto il perché di questa vocazione tafazziana – i lettori ricorderanno il personaggio ispirato ai destini della sinistra che godeva nel darsi pesanti randellate sulle parti intime e sensibili – è stato risposto che «mancavano le condizioni politiche». Non sappiamo quali e chi le abbia fissate ma questa è la risposta, e uno se la prende come gli viene data. È la piccola vendetta lombarda, per cui nella regione laboratorio della “destra di governo” si rinuncia all’unità contro un candidato – Attilio Fontana, della Lega, sostenuto da tutto il centro-destra – miseramente crollato sulla “razza bianca” per ritorsione per ciò che la sinistra ha dovuto subire nel o dal Pd renziano.

Ma la sindrome per cui è meglio dividersi che stare uniti affligge anche il Pd e il suo segretario, che continua a giocare la partita della politica italiana come se avesse vinto quel referendum che avrebbe determinato un sistema nettamente maggioritario. Renzi e il suo cerchio magico pensano davvero al Pd come a un partito “a vocazione maggioritaria”, esattamente come lo pensava Veltroni dieci anni fa quando, coniando quella espressione, avviò il timer che fece cadere il governo Prodi. Ma, piaccia o meno, quel referendum non è passato e la partita oggi si gioca con le regole delle alleanze e non con quelle del maggioritarismo. Bisognerebbe imparare a tessere e non a strappare, a cucire e non a tagliare. Nei confronti degli alleati e degli avversari bisogna perfino imparare il dialogo e il rispetto, termini che Renzi il Magnifico fatica a comprendere.

Le elezioni politiche italiane incombono mentre in tutta Europa si respira una brutta onda populista e nazionalista che solo la Germania riesce ad arginare. Lo fa grazie a un ennesimo governo di grande coalizione: non è un matrimonio d’amore ma di necessità, eppure ancora nei prossimi anni vedremo la coppia Merkel-Schulz unita nel nome dell’interesse nazionale. Facciamocene una ragione e cerchiamo, se possibile, di capire come mai il più grande paese europeo, quello con l’economia più solida e la leadership politica più longeva, si affida di nuovo a un’alleanza tra partiti che hanno idee e progetti diversi per il Paese.

E in Italia? La domanda non è irrilevante dal momento che il 5 marzo – se i sondaggi di cui oggi disponiamo non si dimostreranno palesemente falsi – nessuna delle tre coalizioni più votate disporrà in autonomia della maggioranza dei seggi parlamentari. È questo il principale effetto, forse non del tutto preterintenzionale, della legge elettorale vigente. Se i 5 stelle si alleassero con un’altra forza politica, perderebbero gran parte della propria forza propellente – la rabbia del “vaffa” del bel tempo del loro esordio – e l’aura degli agnelli che rifiutano ogni rapporto con i lupi della vecchia politica. Certo, mai dire mai: tanto più perché sorprendentemente proprio Bersani – sì, lui, quello ridicolizzato nello streaming in cui, all’indomani delle ultime elezioni, sondava la disponibilità dei pentastellati a sostenere il governo a maggioranza Pd – concede il beneficio di una verifica sui contenuti.

Ma anche la destra, al fondo, ha lo stesso problema. Non Berlusconi e i suoi, ma certamente Salvini e Meloni che conquistano consensi perché “antisistema”, perché “diversi”, “dalla parte del popolo” e non del “sistema”. Certo, anche la nuova alleanza con Berlusconi è dura da digerire, ma i leghisti 2.0 di Salvini sono molto più pragmatici dei loro fratelli maggiori. A livello locale la Lega ha ormai un’esperienza di governo del territorio che vuole trasferire a livello nazionale ed è ben consapevole che la struttura di Forza Italia, oggi, è assai più fragile di 10 o 12 anni fa. Strano paradosso: Forza Italia e Lega sono alleati, ma allo stesso tempo in competizione per l’egemonia sul blocco conservatore. E chissà che, cammin facendo, le strade non si dividano irrimediabilmente.

Come finirà? Non lo sappiamo perché oggi, mentre scriviamo, la percentuale degli incerti comprensiva di coloro che potrebbero astenersi, arriva al 46%. Vincerà chi troverà le parole e i gesti per conquistare qualche punto di questa miniera di voti. Crediamo però che, alla fine, qualche alleanza andrà costruita: un’alleanza seria e fondata su un programma serio e sostenibile. L’ingrediente essenziale di questa alleanza dovrebbe essere il senso di responsabilità nei confronti del Paese; servirebbe anche un’etica pubblica che anteponga l’interesse generale a quello particolare. Non sono doti diffuse nella classe politica italiana che più che alla grosse koalition indulge al più italico inciucio, ma per parte nostra non intendiamo rassegnarci all’idea di un paese che non sa esprimere una classe dirigente all’altezza delle responsabilità che ha di fronte.

Da confronti

 

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