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Árpád Weisz e Raffaele Jaffe: lo sport nell’inferno di Auschwitz 

 
Questa è una favola amara, una di quelle storie che andrebbero fatte studiare nelle scuole e approfondite con attenzione, in quanto spiega meglio di ogni altra analisi fin dove poté arrivare l’abiezione umana in quegli anni maledetti.
Questa è la favola di un allenatore e di un presidente, Árpád Weisz e Raffaele Jaffe, rispettivamente il tecnico dell’Ambrosiana Inter che vinse lo scudetto nel primo torneo a girone unico e poi del Bologna, “lo squadrone che tremare il mondo fa”, e l’inventore di quella meraviglia di provincia che fu il Casale, vincitore di un solo, eroico scudetto nel 1914, sfidando lo strapotere delle altre compagini piemontesi e, in particolare, della Pro Vercelli, antesignana del calcio totale che avrebbe incantato il mondo intero grazie alla fantastica Olanda di Rinus Michels e del suo alfiere Cruijff.
Entrambi, in quanto ebrei, svanirono nel vento di Auschwitz a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro, senza alcuna pietà, senza alcun rispetto per ciò che erano stati, senza alcuna spiegazione, in base al rigido schema burocratico stabilito nel gennaio del ’42 con la pianificazione della “soluzione finale”.
Raffaele Jaffe, un gentiluomo piemontese dell’Ottocento che, dopo una lunga prigionia nel campo di Fossoli, venne fatto salire su un treno diretto ad Auschwitz-Birkenau e finì subito in una camera a gas, in quanto troppo anziano per lavorare e rivelarsi utile per la presunta gloria del Rech.
Árpád Weisz, appena quarantasette anni, che in quell’inferno perse dapprima la moglie Elena e i figli Roberto e Clara e poi la propria stessa vita, senza potersi opporre in alcun modo a quell’abisso di orrore e barbarie senza fine.
Questa favola amara per ricordare, per riflettere, per non fermarsi mai di fronte al bisogno di giustizia che caratterizza questo nostro disperato mondo. Meditate che questo è stato. Facciamo in modo che non accada mai più.

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