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Giovanni Arpino e la narrazione dell’Italia

 

Giovanni Arpino, che ci lasciò trent’anni fa ad appena sessant’anni, stroncato da un carcinoma, è stato a lungo una delle coscienze critiche più nobili e più lucide che il nostro Paese abbia mai conosciuto. Fu lui, tanto per citare un esempio, a coniare l’espressione “azzurro tenebra” in seguito al disastroso Mondiale tedesco del ’74, quando si esaurì nel peggior modo possibile l’epopea di Uccio Valcareggi alla guida della Nazionale e si concluse, di fatto, la stagione dei Mazzola e dei Rivera. Fu lui, un liberale autentico, a non accettare mai alcuna deriva e a procedere spedito lungo la rotta dell’analisi critica di ogni singolo fenomeno: dal ’68 agli Anni di piombo, senza mai scadere nella banalità o nell’eccesso.

Fu lui, precursore di Berselli e come Eddy, ahinoi, scomparso troppo presto, a non fermarsi alle apparenze e ai luoghi comuni e a scandagliare, invece, l’animo profondo di una Nazione irrequieta, elevando lo sport al rango di epica popolare, che poi è la sua esatta collocazione storica e sociale, e il calcio a grande racconto in grado di accomunare gli umili e i facoltosi, i grandi e i piccoli, le masse e il potere, come se almeno in quell’ambito esistesse davvero la giustizia che spesso invochiamo, invano, in altri settori.
Giovanni Arpino e la sua prosa asciutta, ficcante, meravigliosa, capace di andare a fondo delle singole questioni e di scrutare l’animo umano, il sottopelle della società, i fenomeni e le miserie individuali e collettive, lo splendore e l’abisso, le qualità migliori e i disastri che spesso recano con sé altri disastri e vengono da lontano e mai per caso.
Giovanni Arpino ebbe il coraggio di non fermarsi e l’abilità, non certo comune, di affrontare e sfidare l’impopolarità, mirando ad essere non popolare o particolarmente stimato da questa o quella categoria ma semplicemente autentico.

Fu, dunque, un giornalista, un intellettuale e un appassionato di sport come non ne nascono quasi più, al pari di Pier Cesare Baretti, anche lui scomparso trent’anni fa, ponendo di fatto fine alla più feconda stagione del giornalismo piemontese e lasciando orfana una regione che oggi, al di là dei suoi straordinari meriti e delle sue pur commendevoli trasformazioni, incontra parecchie difficoltà nel raccontarsi e nel mostrare al mondo i suoi aspetti migliori.
Le manca un cantore schivo, un analista efficace, un narratore sincero e mai prono a qualsivoglia potere com’era il compianto Arpino, uno degli ultimi esponenti di una scuola di vita che ormai ha chiuso i battenti, lasciando dietro di sé le macerie di un’eredità impossibile da raccogliere nella stagione dei tweet e delle balle elevate a sistema.

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