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Soggettive notturne. I racconti del terrore di Edgar Allan Poe

 

Quando il rosmarino comincia a sonnecchiare sulle tombe e le sfumature ardenti del tramonto si spengono, a Teatro, proprio intorno alla mezzanotte, si intuisce una Soglia, oltre la quale corridoi, scale sempre più strette e più ripide, manichini appostati nell’ombra con velette, maschere e tricorni che suggeriscono il Kubrick  necrofilo di Eyes wide shut, assumono le caratteristiche sfuggenti e minacciose degli incubi. Deboli aloni di luce rosso cupo – segnali lungo la strada per l’Inferno – acuiscono la sensazione di pericolo incombente e vulnerabilità estrema.

Ciò che colpisce immediatamente nei racconti maggiori di Poe è da un lato l’indeterminatezza delle voci narranti, e dall’altro la precisione minuziosa, ossessiva dei dettagli – spesso descritti con una lingua che procedendo per accumulo sfiora il concettismo -, una sorta di iperrealismo extraneante legato alle atmosfere oniriche. L’Io che ci conduce nella vicenda emerge dal nulla, e quasi nulla veniamo a sapere di lui. Dobbiamo ricostruire, cogliendo e facendo combaciare vaghe allusioni e, nel far questo, evitare le trappole della mistificazione, degli inganni e autoinganni messi in scena dal personaggio principale. Una voce incorporea e meticolosa che, in soggettiva, mette a fuoco particolari rivelatori usando una sorta di grandangolo interiore capace di estrarne il senso nascosto attraverso la deformazione.

Nel caso di Il ritratto ovale, si tratta di un colto e ipersensibile viandante ospitato insieme al suo domestico in un castello. Come avviene quasi sempre nella letteratura gotica anglosassone, gli illusionismi della Notte inducono una metamorfosi dello sguardo: riusciamo a vedere oltre il visibile diurno. Così, nel bel dipinto, racchiuso in una cornice moresca in filigrana, raffigurante una giovane donna, cogliamo la perturbante, radiosa espressione della vita. Perché, anni prima, quello stesso afflato vitale era stato carpito alla ragazza, e trasposto sulla tela giorno dopo giorno, dal marito pittore.

Il perfido Come scrivere un articolo alla Blackwood, insolito nella produzione di Poe, si mostra in tutta la sua leggiadria satirica in un angolo dello smisurato e tenebroso retropalco della Pergola (insidioso ventre di balena e insieme officina attraversata da macchinari e leve e corde grandi come gomene ingoiate durante tempeste e naufragi shakespeariani). Qui la graziosa Psyche Zenobia, con abito di satin cremisino arricchito da sette falpalà, rievoca i suoi trascorsi di corrispondente presso la scarsamente seguita rivista diretta dal dr. Moneypenny: Philadelphia, Regular, Exchange, Tee, Total, Young, Belles Lettres, Universal, Experimental, Bibliographical, Association, To, Civilize, Humanity.

A causa della scadente qualità letteraria del periodico dal nome altisonante, Psyche Zenobia viene mandata dal direttore dell’importante Blackwood’s Magazine di Edimburgo così da apprendere i segreti dell’articolo perfetto. Insieme a lei veniamo a sapere che è essenziale scrivere con inchiostro nerissimo e un pennino spuntato, perché nessuno presta attenzione a un articolo facilmente leggibile; altrettanto importante essere allusivi e non assertivi, mantenendo sempre un tono elevato. Ancor meglio privilegiare le storie che parlano di esperienze dirette e riportano sensazioni «vive», come capitombolare fuori da un aerostato o venire azzannati a morte da feroci mastini. Si profila il presagio della ferocissima dissezione della pratica giornalistica attuata 46 anni più tardi da Henry James nei due romanzi brevi Il carteggio Aspern e I giornali.

Silvia Vettori disegna con levità, ironia, precisione e una moltitudine di godibili sfumature un ritratto di Psyche Zenobia da puntigliosa e allucinata “nata ieri”, contrappuntandosi magistralmente con Marcello Allegrini nel ruolo di Mr. Blackwood. Proprio cercando “sensazioni vere” e guai seri da riportare sul suo giornale, troverà una morte grottesca tra gli ingranaggi dell’orologio di una torre. Mentre la testa tagliata lentamente dall’affilata lancetta dei minuti rotola in basso, Psyche Zenobia e i suoi sette falpalà vivono l’irripetibile esperienza di sentire l’attività cognitiva svolgersi in due luoghi diversi contemporaneamente: il corpo e, appunto, la testa.

Ma il nucleo nero dell’Inferno lo raggiungiamo con Il gatto nero. Il bravissimo, appassionato Fabio Baronti si fa laido, ipocrita protagonista di uno dei più famosi e amati racconti del Poeta di Baltimora. Senza lasciarsi sfuggire neppure un dettaglio infinitesimale di quest’anima persa, aiuta le parole di Poe a portare in superficie tutta la melma che il cuore umano (quello di tutti noi, in modo minore o maggiore) è capace di contenere. Con sgomento autentico ci specchiamo nei suoi sensi di colpa, così deboli e transitori, nei sentimenti incostanti, nella deriva morale, negli alibi superstiziosi, nelle immancabili autoassoluzioni (la responsabilità è sempre degli altri). Personalità egoica e sociopatica, vive come molestia l’amore altrui, del gatto Pluto e della moglie, e su queste due Creature scatena accessi di furore ogni giorno più violenti, fino a far saltare via un occhio al povero felino per mezzo di un coltello e, in un momento successivo, impiccarlo.

Tornerà dalla dimensione ultraterrena, il bel gatto nero, ancor più innamorato, per offrire al protagonista una seconda opportunità che non sarà colta. L’uomo uccide anche la moglie e ne mura il corpo in cantina. La perquisizione, pochi giorni dopo, sembra non dare esito, finché, nel momento esatto in cui i poliziotti se ne stanno andando, un mugolio inumano, un lamento proveniente dall’Inferno induce gli uomini ad abbattere la parete ancora fresca. Sulla testa del cadavere della donna, già in decomposizione, urla il gatto nero, murato per errore nella nicchia, con l’unico occhio fiammeggiante.

Niente magie, niente effetti speciali, “soltanto” la sapienza e la passione artigiana del poetare, ossia, come ha spiegato Gabriele Lavia nello spettacolo di apertura, di progettare e costruire, mettere in opera, fare.

Nel corso della breve conversazione con Fabio Baronti, prima della rappresentazione, è emerso il desiderio della Compagnia di riproporre un genere teatrale caduto nell’oblio: il Grand Guignol. In un Tempo asettico, devitalizzato dall’ossessione del politically correct, mi pare un’idea straordinariamente originale e controcorrente. L’augurio è che si concretizzi presto.

^ serie: Il ritratto ovale, Blackwood, Il gatto nero
rappresentazione itinerante realizzata dalla Compagnia delle Seggiole all’interno del Teatro della Pergola di Firenze
con Fabio Baronti, Silvia Vettori, Marcello Allegrini

III° serie

La Cassa Oblunga  11/13 gennaio – 25/27 gennaio – 5/7 aprile

IV° serie

Hop-Frog | L’angelo del bizzarro | William Wilson
8/10 febbraio – 22/24 febbraio – 19/21 aprile

luciatempestini0@gmail.com

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