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Venezia74.  Un ponte fra le barriere

 

Il Leone d’oro della Mostra di Venezia 2017 se lo è aggiudicato Guillermo del Toro con “The shape of water”, La forma dell’acqua, una favola fantascientifica ambientata nel 1962 ai tempi della guerra fredda tra russi e americani. Non è il film per il quale tifavano stampa e pubblico, forse perché le unioni sentimentali tra un umano e un essere “diverso” non sono una novità nella storia del cinema.  Tuttavia, a parte l’impeccabile regia, la pellicola del regista messicano condensa attraverso una metafora fiabesca l’importanza dell’amore e dell’accettazione del diverso. Tema centrale a Venezia 74, che pone la sua filosofia all’opposto di quella che vorrebbe innalzare muri con il Messico.

Filosofia di molte opere in concorso, una fra tutte “Suburbicon” di George Clooney, che non ha vinto alcun premio ma, probabilmente, incuriosirà il pubblico: il sesto film dell’attore, ormai regista, narra con piglio grottesco e ironico, il rifiuto da parte dei bianchi di una famiglia afroamericana che s’insedia in un quartiere modello della cittadina di Suburbicon, dove i nuclei assomigliano a quelli del mulino bianco. E, in parallelo, sviscera l’orrore che si cela dietro il benessere e il perbenismo di una pallida famiglia di rispettati yankee. Impossibile, vedendo il film, non andare con la mente ai recenti avvenimenti di Charlottesville e alle dichiarazioni di Donald Trump.

Tranchant l’antimilitarismo al Lido: Foxtrot dell’israeliano Samuel Maoz, Gran premio della Giuria, nella prima parte si concentra sul dolore di una famiglia che apprende la morte del figlio, senza darsi pace per l’insensatezza chiesta dalla Patria. Nella seconda i giovani soldati, in un posto di blocco, vivono in un mondo surreale, alienati dai nonsense delle quotidiane mansioni.

Il palestinese Kamel El Basha, che si è aggiudicato per L’insulte la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, è protagonista di un film che narra di un palestinese rifugiato in Libano e un cristiano libanese di estrema destra che, in seguito a una controversia insignificante, si affrontano aspramente in tribunale. Insomma, da un’inezia un falò.

E ancora l’ottimo debutto alla regia di Xavier Legrand che, con L’affido, tratta la violenza sulle donne. Ai Weiwei, il popolare artista cinese, ha esordito con il racconto dei profughi della terra “Human flow”. I cineasti, proprio nei giorni in cui il mondo assisteva con preoccupazione ai test missilistici della Nord Corea, hanno raccontato la follia della distruttività umana nelle sue varie forme.

Un film che dissacra l’esaltazione dell’aggressività nel cinema, con l’eroe che si fa giustizia da se, è “Three billboards outside Ebbing. Missouri”, “Tre manifesti a Ebbing. Missouri”, di Martin MacDonagh. Era dato per favorito al Leone d’oro e, seppure abbia vinto solo il premio quale migliore sceneggiatura, ne sentiremo ancora parlare perché godibile e anticonformista. Racconta di una madre, la cui figlia è stata stuprata e assassinata che, per spronare la polizia a catturare il colpevole, fa affiggere tre grandi manifesti di denuncia alle porte del paese nel quale vive. Apparentemente il solito “chi fa da sé fa per tre” ma, mentre l’ironica pellicola scorre, scopriamo che è molto, molto di più. Che c’è un ponte fra le due barriere.

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