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Ius culturae

 
Qualche volta conviene ascoltare maestri e professori. Certo, da sempre e ovunque, sono poco pagati per fare il lavoro più bello del mondo, insegnare, ma hanno nelle loro mani il futuro del mondo, dei nostri figli e dei nostri nipoti. Sono quelli che li guardano di più negli occhi, li ascoltano, li “interrogano” e così imparano da loro anche quando insegnano le “materie” più diverse, o se volete le “competenze”, per muoversi nell’universo della cultura, dell’arte, delle scienze, della vita. Qualche volta si sbagliano, ma quasi mai in malafede. Proviamo ad ascoltarli, una volta tanto, questi maestri e professori, che a migliaia stanno firmando un appello alla politica, al parlamento, al governo, quindi a tutti noi, per approvare in tempi rapidi la legge sullo “ius soli”. Come si fa, dicono, insegnare “cittadinanza e costituzione” a giovani destinati a non diventare a pieno titolo cittadini attivi della nostra Repubblica fondata sulla Costituzione? Il discorso sarebbe semplice, ma è diventato terribilmente ingarbugliato perché una parte della politica si è distratta e un’altra parte, con la complicità dei mass media, maestri di semplificazione e banalizzazione, è riuscita a far passare la corrispondenza biunivoca tra migrazione e terrorismo, e lo “ius soli” come una sorta di corollario. Naturalmente non è vero. Qui parliamo di bambini e giovani, spesso nati in Italia, che hanno studiato nelle nostre scuole, che hanno i nostri accenti e solo qualche volta colori della pelle un po’ diversi. In realtà, nella legge che aspetta di essere approvata, più che di “ius soli”, cioè la cittadinanza data dal luogo dove si è nati e cresciuti, invece che dal “sangue”, che ci è stato tramandato dai nostri genitori, si parla di “ius culturae”, di anni di studio, abitudini, scuola, amici, sport e partite di calcetto. Si tratta di bambini e giovani “non italiani” che sono, si sentono, parlano e sognano in italiano, che lavoreranno, pagheranno le tasse e le nostre pensioni e –prima o poi- vorrebbero anche votare. Ascoltate maestri e professori e lasciate perdere i politici che si accapigliano ed utilizzano lo “ius culturae” per i loro calcoli elettorali, chi per cercare di raccattare qualche volto puntando sulla paura, chi perché ha altro da pensare, chi perché deve fare dispetto a qualche ex alleato.

Tra tutti questi, il più onesto e sincero -come al solito- è stato Paolo Gentiloni, che vorrebbe far passare presto questa legge, già approvata alla Camera e che giace da tempo al Senato, ma adesso deve pensare innanzi tutto alla legge di stabilità. “Il coraggio non mi manca –ha detto il presidente del Consiglio, in carica ancora per qualche mese- ma mi mancano in voti”. I voti, al Senato, gli mancano perché Bersani, che ora minaccia di far cadere il governo, ha “non vinto” le elezioni del febbraio 2013. Gentiloni non ha i voti perché il M5S, che nel 2013 aveva fatto una proposta analoga, ha fatto un piccolo salto mortale all’indietro e adesso dice che ci si deve rivolgere all’Europa per un parere e che –come sempre- “le priorità del paese sono ben altre”. Lo stesso dicono Forza Italia e Alfano, con uno sguardo ai sondaggi che hanno visto erodere il consenso popolare a questa legge di civiltà, incuranti di quello che dicono il Papa, preti e vescovi. Il più coerente di tutti è Salvini, che ha sempre proposto l’equazione migranti=terroristi (più o meno potenziali) e quindi sull’argomento non ha dubbi.
Ascoltiamo, invece, maestri e professori, che conoscono e vivono con i nostri figli e nipoti, e qualcuno, dentro e fuori al Palazzo, ascolti un vecchio professore, che continua a vagare con lo zaino in spalla e chiede di fare un po’ di “lavoro pedagogico” per approvare la “ius culturae” e dare un po’ di speranza a bambini e giovani che forse vogliono più bene di noi all’Italia.

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